PICCOLA STORIA DEL CARNEVALE
DI VITTORIO GLEIJESES
ALBERTO MAROTTA EDITORE

INTRODUZIONE
A
sentire gli Accademici della Crusca, la parola Carnevale deriva da Carna-aval,
perché anticamente si mangiava molta
carne; altri vogliono che significhi un « addio alla carne » e cioè carne-vale,
altri che la parola derivi da Carnalía, scilicet
festa ut saturnalia, data l’abbondanza di carne che in quelle occasioni si
mangiava, eppure carne-levamen.
E se il carnasciale dovesse derivare
da carne a scialare. in effetti,
pare che il concetto tda sempre
quello, materiale o figurato, della carne.
Il Z;arnevale oggi è quasi inesistente, come del resto lo è la
quaresima che tanto, sacrificio costava una volta ai timorati di Dio;
si potrebbe però osservare che menire per
alcuni è sempre carnevale per altri è sempre quaresima, sotto tutti i punti di
vista.
Le
origini della festa sono comunque religiose.
Sin I tempi dei tempi i popoli di più antica e progredita viltà
solevano celebrare l’inizio dell’anno con cerimoe che augurassero buoni
auspici. Gli egiziani solevano :rire
in olocausto al dio Nilo dei buoi abissini, i chebs,
che venivano accompagnati al fiume con festose locessioni, dopo averli
bardati a festa, con le corna .%aperte di tessuti in oro.
Questa usanza fu poi impor-
ta in
Grecia.
A Roma,
ai primi di gennaio., si offrivano doni in iore
del Dio Giano’, cui era consacrato il primo mese al’anno, e che era
considerato il protettore della casa,
1 Leggendario Re del Lazio, figlio di Apollo e di Creusa, si *va avesse il dono di conoscere il futuro. Gli furono dedicati riDIi ed un mese dell’anno, Januarius. Satumo scacciato dallfmdo sarebbe stato da lui amorevolmente accolto. Raffigurabif-ronte e quadrifronte, Giano era anche il Dio delle Porte, ,amate dal suo nome ianuae.
tanto
che da lui prendeva nome la porta: ianua.
La festa fu chiamata strani, forse
da Strenia, la dea dei doni, e si raccoglievano rami di verbena da offrire
agli amici insieme a frutta e focacce ìndolcite col miele, chiamate gianicali.
In
onore di Dioniso venivano celebrate in grande allegria ed euforia delle gesta vincolai, da tutti coloro che apprezzavano giustamente o@...
esageratamente la bevanda di cui il Dio si diceva dispensatore.
Dioniso con la sua corte di satiri e fauni divenne Bacco, la pingue
divinità incoronata di pampini e di grappoli, immaginata dagli artisti sempre
circondata dalle baccanti, adolescenti seminude inebbriate da abbondanti
libagioni e desiderose di trovare nello sfogo dei sensi l’appagamento della
loro sfrenata eccitazione.
Naturalmente
i festeggiamenti degeneravano in orge durante le quali le adoratrici del dio
pagano, per un certo piacere masochistico, prima di offrirsi al maschio si
facevano avviluppare da serpenti che anche se non erano pericolosi e non
mordevano, si avvinghiavano ai loro corpi seminudi dando loro evidentemente...
il piacere del brivido. Fauni e
satiri godevano di libertà sfrenata nel periodo delle feste lenee, nel mese
di Gamelione, che potrebbe
paragonarsi al nostro periodo carnevalesco.
Le danze sfrenate delle baccanti scapigliate e furenti avevano termine
solo quando esse cadevano esauste, vinte dalla irruenza maschile. Anche in Grecia esisteva l’uso di queste feste orgiastiche,
ma in un periodo dell’anno un po’posteriore, nel mese di marzo che veniva
chiamato di Elafebolione.
I Baccanali avvenivano per le
strade di Roma già con maschere che rappresentavano in embrione quelle che
poi divennero di uso comune. Durante
la testa di Cerere e di Proserpina notturna che vedeva il popolo per le strade
a sfogare tutta la sua allegria nel vino e nei sensi, l’intera città
diventava un postribolo e giovani ed anziani, senza differenza di ceto e di
... maturità, si univano
2 Bacco
ebbe tale nome dai Greci perché era stato nella valle di Nisa.
8
liberamente
sotto gli occhi, pare non esterrefatti, magari degli
stessi coniugi che a loro volta erano già in altre faccende...
affaccendati. Il Senato Romano
volle porre un freno a tanto vizio,
e le donne ritenute colpevoli furono fustigate in pubblica piazza offrendo al
pubblico ludibrio il loro corpo martoriato dalla frusta, mentre gli uomini furono costretti a dare spettacolo... delle loro
miserie correndo intorno ad un circolo formato da vecchie matrone che
dovevano mortificare le loro velleità amatorie!
Le
feste sacre a Saturno, Padre degli Dei, venivano celebrate in marzo ed in
dicembre e duravano circa sette giorni. In quei giorni gli schiavi diventavano padroni e i padroni
dovevano subire, tranne... forse a rifarsi alla fine dei Saturnali! Quest’usanza
voleva ricordare i tempi in cui Saturno aveva resi felici gli uomini e
fecondata la terra, in quell’aureo periodo che il poeta così ricorda:
Quando il mondo era lieto, e l’uom
signore Dell’uom non era; e il titolo sovrano Serbava Dio per sé; né
l’un minore olea dell’altro nel consorzio umano; E sugli augei, sui pesci
e sulle fiere Ciascuno possedea l’egtial potere.
Durante
i Saturnali si eleggeva il Re della
Festa che organizzava i giochi
per il popolo nelle piazze, mentre il chiasso
e le orge avvenivano soltanto nelle ville e nelle case
dei ricchi. I Saturnali
ebbero inizio, a dire di Livio, &M’epoca della costruzione del tempio a
Saturno, che fu iniziato da Tarquinio e terminato da Tito Largio nel 263;
in questa occasione, per la prima volta nella storia, la
festa carnevalesca ebbe carattere, diremmo, ufficiale.
Sin
dai tempi di Cesare i Saturnali ebbero tre giorni di
durata, ma in seguito, come apprendiamo da Marziale,
durarono sette giorni; anzi, furono effettuati in due periodi per un
totale di quindici giorni, con l’intervento dell’Imperatore. Tutti gettavano la toga, per mettersi il synthesis ed il pileo, l’uno
un vestito scol acciato,
9
l’altro
un cappello festaiolo, senza falda, un po’ sul tipo del « coppolone »
pulcinellesco. Anche l’imperatore
interveniva alla festa così acconciato e per la prima volta si ebbe il lancio
di confetti, fiori e frutta: la città era tutta un baccanale che tumultuava
nelle strade. Gladiatori e
gladiatrici si battevano tra loro aizzati dai cittadini, i quali smettevano di
fare « il tifo » per le contendenti soltanto quando una delle due, con la
veste a brandelli ed il corpo tumefatto, non era completamente sopraffatta.
Allora poteva darsi che qualcuno si prendesse cura di questa povera
donna, mentre tutti festeggiavano la vincitrice con balli ed orge, nelle quali
ognuno trovava il suo nefando... tornaconto.
La folla osannava a Saturno:
Tollunt innumeras ad astra voces
Saturnalia Principis sonantes.
Le
prime maschere furono in realtà dipinte sul viso con feccia di vino e succo di
more, e solo in seguito, come ci fa sapere Virgilio, furono fatte con corteccia
di alberi, con legno e cuoio o con avorio e perfino con fine metallo.
La maschera carnevalesca si confuse col mascherone scenico del teatro
romano, e serviva probabilmente per nascondere il viso e potersi dare ad ogni
genere di nefandezze senza tema di venir riconosciuti.
Quindi nulla di strano se in un solo saturnale ben 160 donne per unirsi
ad altri uomini avvelenarono i mariti, molti dei quali « furono trovati
scannati e sepolti nei trionfi! »
Ai
Saturnali si pensò di riunire anche le Opalia,
in onore della dea Ope moglie di Saturno, e le Sigillaria
in onore di Giano e Strenia. E così
tra vino, femmine e sfoggio di ricchezze - perché Ope era anche la dea
dell’agiatezza -, si passavano dei giorni in indicibile baldoria. Altre caratteristiche feste erano i Lupercali, in ricordo della lupa che aveva allattato Romolo e
Remo, considerate le feste della fecondità; in questa occasione
3
Cfr. CLEMENTI
F., Il Carnevale romano, Ed.
R.O.R.E. Niruf, Città di Castello, 1939, pag. 6.
10
tacerdoti
luperchi si aggiravano per le strade completamente nudi percuotendo con strisce
di pelle di capra matrone, le quali, in onore di Giunone Lucina’, si...
asttavano a farsi portare nel bosco sacro dell’Esquio
nella speranza di ottenere la desiderata fecondità.
Lupercali terminavano con la corsa notturna delle torce concludevano le
feste carnevalesche degli ultimi giordi febbraio, chiamati Brumalia. La quaresima
ancora... era stata inventata e quindi, dopo i Brumalia, intoralle calende di
marzo, si svolgevano i Saturnali delle @rnatrone » -, detti anche Matronalia,
che consistevano ii offerte di
doni e come ci fa sapere Tibullo:
Et vaga nunc certa discurrunt
undique pompa Perque vias urbis munera perque domos.
Ma
ecco giungere a Roma la parola di Cristo, e naere
la Chiesa Cattolica Romana che naturalmente cerdi depurare queste feste da
tutto ciò che sapeva di @gano. Purtroppo,
sia i sermoni di San Pier Crisologo il ie Tentò di estirpare il peccato
ricordando che « qui are voluerit cum diabolo non poterit gaudere cum », sia
l’olocausto di Sant’Almachio non furono ti a porre freno alla lussuria e
alla sfrenatezza I sensi. I Papi ed
i loro Vescovi si adoperarono a far minuire l’impronta pagana rimasta nelle
feste, ma con rsi risultati, se si pensa che ancora sotto Teodosio, 350, il loro
svolgersi non poteva che offendere i senenti dei buoni cristiani. Nel V secolo si davano an>ra spettacoli pagani al Circo
Massimo, feroci lotte di adiatori e di donne, ed il favore incontrato dai giochi
rcensi e di pantomine dimostrava che i romani avetno nel sangue il gusto dello
spettacolo a tal punto che fu costretti ad istituire un tribunus
voluptatum, come un assessore... ai divertimenti.
Quindi, nonostante le assicce conversioni al cristianesimo, ancora nel
467 si
4 L’appellativo
di Lucina fu dato a Giunone quale protettrice ile
gestanti.
Erano
così chiamate le donne maritate di nobile famiglia.
celebravano
i Lupercali, finché Papa Gelasio Gaetani vinse la sua lotta con Andromaco,
presidente del Senato, ottenendo l’abolizione di queste feste e
l’istituzione in loro luogo della festa cristiana della Candelora;
ma nel 540 al Circo Massimo si ebbero di nuovo competizioni pagane.
Dopo
l’avvento del Cristianesimo le feste, col passar dei secoli, persero sempre più
il loro carattere profano; ciò nonostante le cristiane feste di Carnevale
furono talvolta più sfrenate dei baccanali e comunque conservarono un sapore
grossolano e godereccio che portava a galla quanto di pagano era rimasto ad
intorbidare i sogni dei cristiani. Quella
parte di materialismo che, pur se tenuta a freno dallo spiritualismo della
religione, è sempre latente in ognuno di noi, esplode in queste feste in cui,
col semplice trucco di nascondersi il viso con una maschera, in realtà cade la màk-h@rà
àéU ìí5 - -rís - @ d oc ia e ogn uno può essere veramente se stesso,
s’intende nei limiti che la civiltà riesce ad imporre a quell’animale
ragionevole che dovrebbe essere l’uomo.
Non
più le orge sfrenate del paganesimo dunque, ma, ancora ai giorni nostri, dopo i
Saturnali Cristiani del Natale e dell’Epifania, con la festa di S. Antonio
Abate, patrono del fuoco e degli animali, si inizia il Carnevale.
Perchè
meravigliarsi che il mondo voglia divertirsi?
In fondo questo desiderio spasmodico di voler dimenticare per qualche
giorno o... notte tutto quanto dia fastidio e preoccupazione è cosa naturale ed
i moderni psicologi lo definirebbero un’evasione necessaria dovuta forse anche
al fatto che l’uomo, senza alcuna distinzione di rango o di posizione sociale,
vuoi che sia filosofo o musicista o stratega o arcivescovo, dotto o incolto,
nasconde nel fondo del suo subcosciente una buona dose di bizzarria.
La
famiglia, originaria di Gaeta, si divise nelle due linee di Laurenzana e di
Castelmola. 1 discendenti di quest’ultima, investita della Castellania di Mola
nel 1295, il conte Carlo, duca di Castelmola, ed il conte Gelasio, risiedono a
Napoli.
12
Questa
bizzarria suscita il desiderio di divertirsi, una volta tanto, in modo diverso.
si
dice che il grande e prode Augusto, impaurito da tuoni o tempeste, cercasse
conforto nella danza, che Giovanna II regina di Napoli, se vedeva sorci o
scarafaggi, chiedesse subito del suo Sergianni per intavolare bizzarrie...
erotiche, che Eschilo per comporre tragedie dovesse sbronzarsi, come Aristofane
ed Alceo, e che Luigi XIV se vedeva capelli grigi facesse ammazzare un
.
ta. Il re polacco Vladislao se
vedeva pomi si adigiansenis 1 modo che solo il suo bu
rava
in ta ffone poteva calmarlo, Madame de la Suze non poteva lavorare se non
metteva
la
sua migliore toilette, Bacone e Milton avevano bisogno di ascoltar musica per
lavorare, altrimenti non solo non facevano nulla, ma si adiravano con i
presenti, Corneille aveva bisogno dell’oscurità per scrivere, Goethe doveva
camminare per comporre, Descartes invece era abituato alla « meditazione
orizzontale », Cimarosa per sedersi alla sua spinetta aveva bisogno di un «
casotto » stendeva sul letto per comporre e intorno, Paisiello si
Leonardo
da Vinci prima di mettersi al lavoro si concentrava ascoltando musica. Così l’umanità, prima di attendere ad un anno di lavoro
(poiché il carnevale coincide con l’inizio dell’anno) ha sempre sentito il
bisogno di divertirsi, vuoi coi saturnali che coi baccanali ed ora, o meglio
fino a poco tempo fa, col Carnevale. Bagordi
culinari, bagordi per le strade, per le piazze, dai balconi, dalle finestre,
dovunque, purché si faccia qualcosa di diverso, travestendosi o mascherandosi
per non farsi notare e poter dare sfogo alla propria bizzarria senza es-
sere
riconosciuti.
il
Carnevale sembrava la festa del
piacere
e del divertimento, ed anche se in alcuni paesi c’era la neve, il sangue
bolliva ugualmente, forse proprio in previsione del fatto che ben presto sarebbe
cominciata la vita grama del digiuno quaresimale.
I ricchi, uscendo dai loro salotti dorati, si confondevano per le strade
col popolino in festa, e l’unico problema era quello di trovare una maschera
spiritosa e divertente, un travestimento nuovo o audace.
Preso dall’euforia del
13
Carnevale’
nessuno voleva perdere l’occasione di lasciarsi andare... semel
in anno.
Nell’ottocento
le feste di Carnevale erano una cosa viva, attesa, reale, anche se ottocentisti
come Paolo Ferrari’ o la Fontana Fernado le consideravano solo un affannarsi
di pochi che si mettevano a capo di vari comi. tati allo scopo di mettersi in
mostra o anche, a volte, di riempirsi... un po’ le tasche.,Infatti nel secolo
scorso si faceva appello a persone facoltose con la scusa della beneficenza ai
poveri e secondo questi « nemici » del Carnevale, la festa era@ attesa
soltanto dai « figli di papà » per le loro scappatelle.
Insomma quando il Carnevale stava per finire, mentre alcuni...
piangevano, altri ringraziavano Iddio che fosse finita quella baraonda.
Nel
1900, l’epoca umbertina, il segreto del Carnevale - come ci dice Giovanni
Ansaldo - « era tutto in questa convinzione dei singoli, che bisognava
celebrare il Carnevale ». E si domanda: « Donde attingevano i borghesi del
tempo di Umberto, i nostri padri, questa convinzione? ». E prosegue: « Quei
signori, per cominciare, erano uomini tenuti, nella vita normale, ad un decoro
formale e ad un abito professionale- se erano banchieri si ritenevano
consacrati, per tutto l’anno, al panciotto bianco e al financier;
se erano dottori, credevano di poter comparire al letto dell’ammalato e
tastargli il polso, soltanto se indossavano l’abito nero, quello che si chiama
volgarmente otto ruote; e così via ».@
Il
tono generale della vita si fondava all ora sulla sicurezza dei rapporti sociali
e, per le signore, sull’osservanza scrupolosa della morale della Italia fin de
siècle che, seguendo l’esempio della bella Regina Margherita, voleva
essere qualcosa e dimostrarlo in ogni occasione.
Il Carnevale era uno sfogo necessario sia per gli uomini altolocati che
per le signore, le quali lo consideravano, con le relative spese di toilettes,
un « capitolo del bilancio » ed un sacrosanto diritto.
7Nato
a Modena nel 1822, visse sempre a Milano. Le
sue commedie a carattere popolare ed i drammi «a tesi» lo resero celebre nel
suo tempo. Opere principali: Goldoni e le sue 16 commedie nuove, Il Duello, il Suicidio, Amore senza
stima.
14
In
quel tempo poi durante l’anno non era certo facile l’incontro di
appartenenti a sessi diversi, mentre nel periodo di Carnevale c’era la
possibilità di farsi notare da qualche bionda signora « dalle trecce morbide
»; solo in quei giorni si riusciva forse a rendersi conto « de visu et de
facto » dei pregi fisici di quella fanciulla o di quella bellezza che da tanto
tempo ci si affannava a voler... conoscere.
Il Carnevale coi suoi travestimenti, le sue mascherate anche se solo con
la mascherina o col domino, offriva
tutte le opportunità possibili ed immaginabili: allora non vi erano i nights né
le macchine coi sedili ribaltabili né la « faccia tosta » di ora. Inoltre c’era un regno... unito, una monarchia piazzatasi
con la gloria delle armi, e, nonostante il non expedit
vaticano, anzi forse proprio per far dispetto al Papa, il liberalismo laico.
latente in ogni dove, che voleva imporre il suo marchio.
Dopo
tutte queste considerazioni penso che non vi sia da meravigliarsi se deputati o
generali con baffi e barbe, comandanti supremi o presidenti di Camera o Senato,
come Farini’ o Biancheri 1, mettevano la loro marsina
ed andavano a festeggiare il Carnevale.
Alle feste prendeva parte l’ufficialità, non esclusi i Papi ed i Re;
si chiudevano senato e parlarrìento e anche la Chiesa era meno intransigente.
Uomini seri con barba, perché allora, al contrario di oggi, la barba era
indice di serietà e di virilità, subivano anch’essi l’influenza
dell’allegria ed il bisogno impellente di lasciare sullo scrittolo il pince-nez
e darsi al bel tempo possibilmente lasciando le mogli a casa e dimenticando
il comportamento di un anno intero.
8 Luigi
Carlo, appartenne alla «Giovane Italia» e fu amico di Massimo d’Azeglio.
Fu ministro degli Interni nel 1848 nel ministero liberale di Pio IX, ma
riparò poi a Torino. Ministro col
d’Azeglio nel 1850, fu nel ‘59 in Emilia, dove fu nominato Dittatore, e poi
nel Napoletano ove fu Luogotenente Generale.
Con Cavour fece parte del Ministero che proclamò l’unità d’Italia,
e contrariamente al Cavour fu sempre favorevole a Garibaldi ed alla spedizione
dei Mille.
9 Giuseppe, fu deputato per ben
diciotto legislazioni, dal 1869 al 1906.
15
Il
mercoledì delle ceneri sembrava impossibile che persone tanto serie avessero
potuto partecipare a quelle stupidaggini ed avere il coraggio di travestirsi a
quel modo. Persino magistrati che
fino al giorno prima av—vano indossata la toga, uscivano per le strade avvolti
in un lenzuolo da capo a piedi con in mano una cetra o un cembalo.
La
città si mascherava ed era pronta alle battaglie dei fiori, dei coriandoli, dei
confetti... di gesso con bersagli che si possono facilmente immaginare: i
cappelli a cilindro, i tricorni, i vestiti nuovi dei soliti provinciali, ragazze
o signore con le quali per il passato non si era mai riusciti ad intrecciare
nemmeno un discorso e femmine che colpivano per la loro avvenenza.
Gli astanti assistevano eccitati e gli applausi e le risate della folla
seguivano la lotta! Così nel riso
e nell’allegria contagiosa si continuava a divertirsi specie alle spalle di
coloro che non avrebbero avuta nessuna voglia di essere presi a bersaglio o di
partecipare comunque alla... follia generale.
Tutto
un mondo di raffinati se la spassava dall’alto dei loro calèches,
landaus, dogcarts e berline, orgogliosi dei loro equipaggi di sauri o di
morelli, lasciando la polvere a quelli che andavano a piedi, mentre i nuovi
ricchi cercavano anch’essi di imporsi con la forza del denaro recentemente
acquisito, pavoneggiandosi nell’interna soddisfazione di chi è arrivato.
Quest’esercito fantasmagorico ed eterogeneo scendeva per le strade ed
avanzava tra la calca dei pedoni. Fra
questi ultimi, pedibus calcantibus, dovevano trovarsi principalmente i celibi o
coloro che si ritenevano liberi dal « giogo coniugale », che andavano « a
caccia » di signore « in disponibilità », fossero fidanzate in congedo
illimitato o vedove pronte ad ingaggiare un eventuale secondo esperimento e
maoari a rassegnarsi ad una capitolazione con resa incondizionata.
Le mamme tenevano « inferrettate » anche in quei giorni le figliuole da
marito ed i mariti o gli amici gelosi si tenevano vicine le loro donne
imprigionate nel corsetto o nel busto
che raffrenava tutto ed appesantite da quelle code
che con il loro strascico le costringevano
16
ogni
tanto a piegarsi, come dice Yorick I, a mo’ «di sgarbata riverenza di
minuetto, vittime della polvere, del fumo de’ sigari, dei complimenti a brucia
pelo ». Questi pedoni si accalcavano, si stringevano, si pigiavano per le vie
centrali della città ed a sera tornavano a casa con i piedi gonfi e le
articolazioni dolenti pensando... alla caducità della vita!
Gli altri invece, che avevano guardato il carnevale dall’alto delle
loro vetture, si recavano a veglioni nelle sale da ballo o nei teatri dove erano
in bella mostra le migliori bellezze dell’epoca.
A
Carnevale finito e quaresima entrata, con le Ceneri la Chiesa ci ricorda che
tutti saremo ridotti in polvere. I
carri ritornavano dove erano stati allestiti per servire l’anno seguente
trasformati in chissà che cosa, mentre gli arlecchini e i rugantini
riprendevano il loro posto in soffitta, nel baule dei costumi delle feste.
Anche
se in alcuni Carnevali la quaresima si portò dietro le fiere enologiche, e non
si trovò nulla di male che si continuasse a bere, dei balli e dei veglioni, per
circa 40 giorni di digiuno, rimaneva solo il ricordo.
Alcune volte si fecero delle eccezioni, come per esempio a Roma, ove alla
fine del secolo scorso il Conte di Coello preparò un bal masqué di mezza quaresima dimenticando il memento homo del mercoledì delle ceneri e la marchesa di
Roccagiovine fece una soirée per
raccomandare a Pio IX il cardinale Bonaparte come suo successore, si capisce a
tempo debito.
Ora
la spontaneità ed il gusto del Carnevale sono finiti: in alcune città si è
preteso di regolamentare l’allegria organizzando sfilate più o meno
preordinate, ma evidentemente il mondo moderno ha tanto modo di stare in libertà
e divertirsi che non sente più il fascino dell’ingenuo travestimento
carnevalesco: restano i bambini, gli unici appassionati delle maschere, a
ricordarci con il loro entusiasmo che siamo in Carnevale.
Ritornando
all’etimologia del nome, nel quale la carne c’entra sempre, quel che è
sicuro è che il Carnevale è anche una festa per ghiottoni e buongustai, ap-
10
Pseudonimo dello scrittore livornese P. Ferrigni.
17
2
punto
perché si mangia carne a più non posso, di ogni tipo e di ogni animale.
Alla carne comunque manipolata si aggiungono intingoli di ogni genere,
dalle lasagne, che da un capo all’altro della penisola si cucinano in tanti
modi - uno più buono dell’altro -, al sanguinaccio napoletano.
Da
Apicio “, che dava regole di buona cucina, a Teogene Tasio che da solo mangiò
un toro, dai festini di Antonio e Cleopatra a quelli di Lucullo, in cui venivano
preparati cinghiali e morene per ben 22.000 persone, da Galba a Claudio ed alle
tavole di Crasso e di Marziale le cui cene al Portico Vispana duravano circa tre
giorni (al punto che si attutiva con drappi la luce del sole per dare ad
intendere ai convitati che... era ancora sera), gli italiani hanno sempre
dimostrato di amare la buona cucina. Distesi
sui triclini le mani ed il corpo unti e massaggiati dalle schiave con profumi ed
acqua di rosa, i nostri progenitori davano libero sfogo alle capacità ricettive
del loro stomaco e divoravano... con calma dalle trenta alle quaranta portate.
Bisognò arrivare a Carlo Magno perché cessassero questi bestiali
banchetti, ma il il periodo che chiameremo di « stasi gastronomica » durò
molto poco se si pensa che a Bologna ed a Roma la Chiesa dové emanare editti
che limitassero il numero delle portate nelle feste di Carnevale, evidentemente
con scarsi risultati, se ricordiamo i pranzi dei Bentivoglio per le nozze di
Lucrezia d’Este “. D’altra parte non sempre lo stesso clero dava il buon
esempio, e son passati alla storia i banchetti papali di Pio V “ e quelli dei
Car-
Il
Era il cuoco di Tiberio, che scrisse poi il De
re coquinaria, in ben dieci libri.
12 Consorte
dell’ultimo duca di Urbino Francesco M aria della Rovere, fu amata da Torquato
Tasso, che appunto alla sua Corte fece rappresentare per la prima volta
l’Aminta. Donna di elette virtù,
non potendo sopportare la volgare brutalità del consorte, se ne separò nel
1574.
13
Al secolo Michele Ghislieri.
Papa santo, e canonizzato infatti nel 1712, fu però rigido ed energico
contro coloro che volevano usurpare i sacri diritti della Chiesa.
Scomunicò la regina Elisabetta d’Inghilterra e si distinse al comando
del suo esercito contro i Turchi nella battaglia di Lepanto.
18
dinali
di San VitO, Borghese, del cardinale Ippolito d’Este “ o quelli organizzati
dalla Congregazione dei Beoni, sotto la protezione di San Pietro, che si
svolgevano nella borgata di Salaria e per i quali ogni congregato pagava nel
primo giorno di Carnevale tre lire. Di
fronte a tanta « supergolosità » non sappiamo se dare ragione a Gian Giacomo
Rousseau che considerava la gola una debolezza dei « cuori vuoti » o a Guy de
Maupassant che concedeva soltanto ai deficienti la mancanza del gusto della
tavola.
Al
giorno d’oggi non si fanno più di sicuro banchetti di quaranta portate, ma
per carnevale potete esser certi che in ogni casa si allestiranno quelle
specialità regionali della cucina carnevalesca le cui ricette si tramandano
gelosamente di madre in figlia. Lasagne,
dunque, dappertutto, siano esse napoletane, abruzzesi o emiliane, in bianco o al
sugo, condite con una delicata bechamelle
o con un robusto ragù, con ricotta o senza.
E
poi per ogni dove, salsicce di maiale e profumate ariste al forno, frittelle di
Carnevale e, a Napoli... il sanguinaccio. Non
rabbrividite, cari lettori all’idea di questo dolce fatto con latte, zucchero,
cacao, farina, ma principalmente... sangue di maiale!
Prima di dare il vostro giudizio, aspettate di averla assaporata, questa
densa e sciropposa crema, ispessita da pezzetti di cedro e scorzetta
d’arancio, profumata di cannella e vainiglia!
Per quanto gli ingredienti possano sembrare ibridi, vi assicuro che il
risultato è considerevole. Sicché
alla fine... la Quaresima diventa una necessità, per far riposare il povero
fegato affaticato da una dieta essenzialmente a base di grasso di maiale!
Ma,
accanto alla cucina, vi sono le maschere che, col
sono
diventate parte integrante del Carnevale. tempo,
alle
maschere che venivano usate in teatro, Nacquero d
tragiche
o@ co -m’ iche’ à ‘se-‘c-‘o-‘n _da- d’i que-l” che dovevano
rappresentare.
14
Figlio di Ercole I e di
Eleonora, fu valoroso combattente nell’esercito del fratello Ercole II contro
Venezia a Ferrara. Amico di
Lodovico Ariosto, fu fatto Cardinale da Alessandro VI.
19
1
greci nelle loro commedie usavano maschere tipiche, che volevano raffigurare un
leone, l’agricoltore, il .vecchio, la cortigiana, la vergine dalle folte
chiome, ed i romani le usarono nelle Fabulae
Atellanae che venivano rappresentate dall’aristocrazia alla fine degli
spettacoli. Le maschere italiane
quindi provengono da quelle latine: così Zamio, del quale, commenta Cicerone,
« toto corpore ridentur », si chiamò poi Arlecchino, il Maccus di Ercolano si
tramutò nel P-ú’-cí-n—el-là napoletano, e via discorrendo Pappus divenne
Pántalone, Buccus Brighella, il gobbo Dossena si trasformò nel Dottore.
Pare
che la più antica fra le maschere sia Arlecchino, che ha almeno diciannove
secoli di vita essendo un discendente diretto degli antichi Sanniones
che, a detta di Cicerone, erano le maschere che più divertivano per i lazzi
e le facezie, molto spesso scurrili, che suscitavano l’ilarìtà di tutti.
Seguirono i mimi che coi saltimbanchi ‘di Plauto e di Terenzio furono i
mattatori delle nostre ‘feste, ed i planipedi
che vestivano come ancora oggi veste Arlecchino, con la differenza che si
dipingevano il volto invece di coprirlo con la maschera. i mimi fino al secolo
XV ebbero il monopolio dello spettacolo in qualsiasi festa, finché non nacquero
l’Ariosto, l’Aretino e il Machiavelli; ma fu solo una prerogativa dei
signori poterne ascoltare le opere nelle loro corti e palazzi.
Il popolo continuava ad apprezzare Arlecchino in lavori a soggetto che
erano imperniati unicamente sull’arte e sull’abilità della maschera.
Di
Arlecchino si è parlato tanto: chi lo vuole nato nell’antica Roma dal centunculus latino, chi a Parigi come Hellequinus o poi come l’Alichino
di Dante; quel che è certo è che nel Medio Evo esisteva ed in esso
dobbiamo vedere l’embrione della più famosa maschera italiana, impersonata
dal Fiorilli, da Tristano Martinelli, da Evaristo Gherardo, da Simone da Bologna
e da Antonio Sacchi. Il più noto
interprete di Arlecchino fu Domenico Biancolella che nel ‘600 era
effettivamente tra i grandi del nostro teatro e giunse sino alla corte di Luigi
XIV, finendo poi col trasferirsi a Bièvre con la moglie ed i dodici figli. Alla bella moglie fu fatto un quadro da un
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pittore
della corte con due colombe che volevano rappresentare due sue figliolette, e da
questo dipinto nacque la maschera femminile più famosa, quella di Colombina,
che è giunta sino a noi, specialmente nel napoletano, come personaggio delle
indimenticabili commedie di Petito e di Scarpetta.
Arlecchino da cretino divenne intelligente ed astuto, per opera
di un buontempone di San Giovanni ‘Bianco in Val Brembana: infatti il
multicolore vestito ed il cappello della maschera sono delle vallate del
bergamasco. I pezzettini di stoffa
di vario colore che formano il suo vestito, fecero sì che la maschera si
adattasse a coloro che cambiano facilmente pensiero politico o che, osservati da
vari lati, presentano diverse apparenze. Antesignano
dei Girella e delle Banderuole, ovvero dei camaleonti politici, è una maschera
che ancora oggi fa concorrenza a Pulcinella e a Meneghino.
Nel
secolo XVI da Venezia venne la maschera di Pantalone e da Napoli Pulcinella,
seguiti dal Dottore di Bologna. il primo - come ci dice Carlo Goldoni - è un
commerciante veneziano dalla caratteristica
barbetta a punta che
veste all’uso veneziano: veste nera, berretto di lana, camiciola rossa,
calzoni a mutande e pianelle con calze rosse.
Fu creato, secondo alcuni, da un tale chiamato Francesco- Cherca, comico
e facile verseggiatore: con il suo cappello a tre punte ed un iàbarro faceva la
sua comparsa dal cinque ottobre al sedici dicembre, poi per Natale e di nuovo in
Carnevale. A Venezia Pantalone ebbe
un grande interprete in Giulio Pasquali della Compagnia dei Gelosi.
Il
Pulcinella, che ha eguagliato se non superato la celebrità di Arlecchino, viene
da alcuni fatto risalire al Maccus delle
Atellanae, mentre altri ritengono che sia stato creato da un comico di Acerra
nei pressi di Napoli, che si chiamava Paolo Cinelli.
In àefinitiva chi rese celebre la maschera fu il secentesco Silvio
Fiorillo, che probabilmente rispolverando le vecchie idee delle FabuIae
atellanae fece suo il personaggio, dandogli tanta verve e fantasia da renderlo immortale. Anche Pulcinella, nella persona del comico romano Argieri,
viaggiò ed arrivò alla corte dei re di Francia, chiamatovi dal cardi-
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nale
Mazarino, ma raggiunse l’acme della sua celebrità per opera di un comico e
commediografo napoletano dell’800, Antonio Petito, che lo impersonò con
inimitabile bravura, scrivendo innumerevoli commedie che lo avevano come
interprete principale. Con il suo
camiciotto bianco e la sua maschera nera dal gran naso adunco, credo che la
maschera di Pulcinella sia tuttora la più viva e la più amata.
Anche
Brighella ha origini molto antiche: lo si fa derivare dal liberto latino
Pseudolo della commedia greca, o dall’Epidico di Plauto.
Secondo alcuni sarebbe nato a Brescia nel Medioevo, quando Brescia e
Cremona se ne dettero di santa ragione, o, ipotesi secondo me più probabile,
l’avrebbe creato nel ‘700 Antonio da Molina, detto il Burchiella, che
parlava « varie linguacce eccetto l’italiano, sicché lo schiavone ed il
greco erano gli idiomi coi quali cercava di farsi intendere ». Bri hella @g
fu
celebre nel secolo XVIII per le interpretazioni di Pietro Gandini, Antonio
Martelli, Luigi Lazzarini e del ferrarese Attanasio Zannoni.
Con
Brighella nacquero Piripicchio, Beltrame e Fenocchio.
Il Dottore, con la maschera che gli copre la fronte e parte del viso per
nascondere una macchia di vino, non è altro che la figura di un,,« azzeccagarbugli
» manzoniano, nato a Bologna, data forse l’importanza dell’Università in
quella città. Ebbe nei
cinquecenteschi Lucio Burchiell’a, Ludovico dei Bianchi e Bernardino Lombardi
i suoi massimi interpreti ed è più conosciuto come il Dottor
Balanzone.
A
queste maschere dobbiamo aggiungere Tartaglia poi trasformata dai fratelli
Petito a Napoli in quel don Anselmo Tartaglia sempre afflitto da una continua
balbuzie, che gli offre la possibilità di essere scurrile con gli inevitabili
qui-pro-quo a doppio senso. Lo
seguirono Pasquariello, Coviello e Scaramuccia, alcuni ideati da Salvator Rosa,
poeta, musicista e pittore della scuola napoletana seicentesca.
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Per quanto insignito del «don», il nome del «cavaliere» denuncia il suo difetto di pronunzia.
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Col
fiorire dell’epica cavalleresca nacquero i capitani, sia di ventura che
erranti o condottieri. Così si
ebbero capitan Tempesta, Spaccamontagne, Spezzaferro, Giangurgolo, soppiantati
poi da.-S,tenterello che da Firenze, andato a vivere a Napoli, imparò i lazzi
di Pulcinella. L’eccessiva
scurrilità di questa maschera la condannò a breve vita, e soltanto Augusto
Novelli” poté farla risuscitare. Un
altro grande artista, il Sacchi, impose la maschera settecentesca di Truffaldin
- o.
Si
aggiunsero Lavinia, Lucia, Corallina, Franceschina, Silvia, Trastullo e tante
altre, Finocchio, Fichetto, Scapino. In
Romagna avemmo Dessevedo de Malalgergo, a Milano Beltrame, in Calabria i
Giangurgoli; gli spagno li portarono in Italia nel periodo delle occupazioni le
loro maschere che divennero nostre: Spavento, Matamoros, Sangre e Fuego.
Milano ha la sua maschera, Meneghino,_sorta alla Badia dei Meneghini,
secondo alcuni, sin dal 1560. 1 componenti di questa badia o congrega parlavano
solo milanese ed indossavano giubboncini e calzoncini ed un cappello triangolare
grigio con larghi pennacchi. Il
tutto reso più caratteristico da un grembiule ricamato in oro ed argento ed una
maschera sul volto. Nel secolo
XVIII tanto per stare alla moda misero anche il codino.
Il Goldoni creò la maschera veneziana di Florindo valorizzando
Colombina, poi trasferitasi a Napoli perché innamorata di Pulcinella e per di
più gelosa della napoletana Zeza.
Col
passare dei secoli le maschere italiane non si contano più: Scapino, Bortolino,
Gioppino, Lelio, Spaccamondo, Sputatondo, Gianduia, Bastaggio, don Pasquale, i
Giangurgoli della Romagna e della Sicilia, il siciliano Giovannelli, il
palermitano Travaglino, Dulcamara, il bergamasco Moncalvo.
Una
delle ultime maschere è senz’altro ì Corriere del Carnevale che ci interessa
più da vicino perché la
16 Commediografo
fiorentino ed efficace esponente del teatro toscano, è ricordato per la sua Acqua
cheta che fu anche adattata in musica da G. Pietri.
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sua
vita è connessa al Carnevale romano. Il
Corriere apriva le mascherate romane del secolo scorso:
... viene in fretta, in fretta
con
la frusta e la cornetta,
tutto
allegro e gioviale
il Corrier del Carnevale.