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PICCOLA STORIA DEL CARNEVALE

 DI VITTORIO GLEIJESES

 ALBERTO MAROTTA EDITORE

IL CARNEVALE A ROMA

Il Carnevale a Roma oggi non è che un pallido ricordo, che emerge da vecchi documenti e stampe scolorite; eppure possiamo affermare senza tema di smentita che questa festa dell'allegria e dell'abbondanza, questa sagra della risata e dello scherzo, è nata proprio a Roma!

Abbiamo sommariamente passato in rassegna nel capitolo precedente le feste dell'antica Urbe.  I Baccanali, i Saturnali e così via, avversati dalla nuova religione che faceva un numero sempre maggiore di proseliti, scomparvero con lo scomparire della fede negli dei bugiardi, ma non scomparve la voglia di divertirsi dei cittadini romani che trovarono il modo di sfogarsi anche ne e ste cristiane.  Dopo la caduta dell'impero romano di occidente, c'è un periodo di completo vuoto nella storia delle feste romane, giustificato dalle precarie condizioni popolari nella città sbandata.  Qualche notizia emerge a stento dagli scritti dei cronisti franchi e da qualche biografia di pontefici, come quella di papa Zaccaria 17 Che nel 731 deplorava le manifestazioni pagane

 

che davano scandalo ai pellegrini che venivano a Roma per onorare la tomba di San Pietro.  Anche nel IX e X secolo i papi disapprovavano l'andamento delle Feste dei Pazzi, com'erano chiamati allora i giorni del carnevale, che duravano tutta la settimana dopo l'ottava dell'Epifania.  Queste feste venivano chiamate anche della libertà e lo stesso clero, o almeno la parte peggiore _di esso, pro-

 

 

17 Regnò dal 741 al 752.  Cercò di liberare l'Italia dalla dominazione di re Liutprando, e vi riuscì in parte, riconoscendo Pipino il Piccolo, che, scacciato il merovingio Childerico III, diede origine alla dinastia carolingia.

 

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fanava i templi insieme al Popolo Più libertino mescolando nel modo più indegno il sacro al profano.  Una turba di forsennati correva in chiesa a scegliere un diacono che veniva eletto Re dei Pazzi: gli altari, mense eucaristiche, venivano ricoperti di cibarie e bevande di ogni genere e trasformati in tavole per banchetti.  Dopo aver mangiato e gozzovigliato in chiesa, o giocato ai dadi, per chiusura della festa i pazzi, in costume semi-adamitico, svestivano una fanciulla e la portavano in processione tra urla e schiamazzi.  Tale era il carnevale in quei secoli tanto oscuri; queste feste prendevano in ridicolo persino la fuga in Egitto della Sacra Famiglia con una corsa degli asini i cui protagonisti erano una fanciulla discinta, un bimbo ed un vecchio; forse gli asini volevano ricordare anche le, feste dedicate a Pistone.,

Il IV C nei io di Toledo condannò ogni tipo di festa pag@@: tuttavia fino al secolo XI ci furono delle f este ecclesiastiche che ricordavano un po' il carnevale, ma le notizie che abbiamo in proposito sono molte scarse.  Pare che, accompagnate dal suono a distesa delle campane, da tutte le parrocchie romane affluissero processioni verso San Giovanni in Laterano, dove giungeva anche il Papa e si cantava un inno chiamato Deus ad bonam horam.  Dopo questo canto i sacristi iniziavano una danza a suon di campanelli ed il parroco più giovane montava su una mula seduto con il viso verso la coda con un gran canestro che doveva servire per raccogliere oboli e doni in natura.

Qualche menestrello o trovatore ci tramanda l'eco delle feste carnevalesche in onore di Carlo 1 di Provenza nel 1285; all'incirca in quest'epoca cominciò l'abitudine della giostra in alcune feste che si chiamarono di Agone e di Testaccio, nomi che ricordano i luoghi della città nei quali si svolgevano principalmente le feste nel periodo del Carnevale.  Fu allora che sui resti del circo agonale di Domiziano, capace di ben trentatremila posti, si spianò quella superba Piazza Navona che doveva per alcuni secoli essere il teatro principale del carnevale romano.  In questa storica piazza di Agone, poi Nagona, e poi... Na-

 

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vona , ed al Monte Testaccio si festeggiava il carnevale nel Medioevo.  Le feste, ridotte dai pontefici al Giovedì grasso in Piazza Navona ed alla domenica di carnisprivium al Testaccio, furono chiamate carnevalesche e precedevano un periodo di penitenze chiamato quaresima.  Così la settimana che precedeva la quaresima fu periodo di feste e fu chiamata hebdomada grassa e la domenica dominica ad carnes levandas.  A penitenza di quanto si era potuto fare la Chiesa prescrisse il digiuno, la penitenza e il segno di mestizia coprendo effigi ed altari e togliendo qualsiasi canto o allegrezza dalla liturgia.

Fino al secolo XV mancano notizie di altre feste carnevalesche, oltre quelle già nominate di Agone e Testaccio, alle quali interveniva anche il Pontefice e tutta la nobiltà romana.  Ciascun rione offriva i migliori giocatori ed alcuni tori che, ornati da nastri con i colori del quartiere, guidati dal contestabile invitavano tutti a partecipare alla festa che consisteva appunto in una specie di corrida e poi in una Giostra del Saraceno, sul tipo di quelle a cui si può assistere oggi ad Arezzo.

Con l'inizio del secolo XVI incominciò la lotta ai giudei.  Ci racconta un cronista del tempo che i malcapitati erano portati sul monte Testaccio, spogliati e chiusi in botti che venivano fatte rotolare.  Se uscivano vivi dalle botti, subivano ancora il ludibrio degli astanti; se morivano, veniva data loro sepoltura.  Gli ebrei scelti di solito per questo barbaro divertimento erano quelli che si erano dimostrati esosi contro qualcuno.  In seguito invalse l'uso di far pagare loro una parte delle spese per le feste del Carnevale; anzi fu proprio il Papa

 

 

18 P- la pìazza romana costruita sui resti dello Stadio di Domiziano con le medesime dimensioni, ed il suo nome deriva appunto, per corruzione, da quei giochi agona@i che si svolgevano nel Circo, i cui resti si possono ancora oggi vedere da via Zanardelli e sotto l'atrio del palazzo n. 49.  Arricchita dalla Fontana del moro (1605) di Giovanni Antonio Masi, da quella dei Fiumi (1651) del Bernini e dalla Fontana del Nettuno-o de' Calderari (1574) del Della Porta, questa vasta e bellissima piazza non soltanto ha una storia di secoli, ma rappresenta un grandioso complesso urbanistico, di recente completamente isolato dalla circolazione delle autovetture.

 

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a stabilire tale tributo e Paolo Il l' addirittura impose agli ebrei l'uso del tabarro rosso.  Tale imposizione fu ribadita poi anche da Sisto IV m; questi dava tanta importanza alle feste del Carnevale che impose una gabella sugli onorari « dei lettori della Sapienza » al Senato per sovvenzionare le spese del pranzo che si faceva in Campidoglio il Giovedì grasso.  Gli ebrei beninteso si ribellarono e avanzarono suppliche al Pontefice, ma senza riuscire ad ottenere nulla.

 

Le feste carnevalesche di Agone e Testaccio non si ripetevano tutti gli anni, anzi talvolta vi furono soltanto alcune giostre con palii che venivano concessi ai vincitori al Laterano.  Nell'anno 1465 Pio Piccolomini, nipote di Pioll 21@ vinse un palio, ma il Papa volle che la vincita

 

 

 

Pietro Barbo, veneziano di nobile e ricca famiglia, nipote di Eugenio IV, fu mecenate degli stampatori ed appassionato di antichità.  Lo si ricorda per aver fatto costruire quella splendida opera rinascimentale che è Palazzo Venezia, il cui progetto è dai Più attribuito a Leon Battista Alberti.

 

Il palazzo fu Poi ultimato da Mario Barbo, suo nipote, patriarca di Aquileià e titolare della Piccola basilica di San Marco nell'attigua piazzetta omonima' il -palazzo, vivo Paolo il, fu residenza del Pontefice, ma passò poi agli Ambasciatori della RePubblica Veneta.  Pur avendo regnato solo dal 1461 al 1471, cluesto Papa molto operò a favore dei Popoli cristiani oppressi dai Turchi, come l'Ungheria e l'Albania.  Prima che mor-l-sse riuscì anche a far costruire una lega di città per la difesa dagli ottomani.

20          Francesco della Rovere.  Era Generale dell'Ordine dei Francescani e si impose per la sua vita esemplare.  Purtroppo neanche egli si salvò dal nepotismo, ed elevò alla porpora i nipoti Giuliano, poi Giulio Il, èd il famigerato Riario.  P

 

er altri nipoti

concluse vantaggiosi matrimoni presso le corti di Napoli, di Mi-

 

lano e di Urbino.  Fu questo il demerito di questo pontefice, che produsse tanto scontento da portare poi al a Congiura dei Pazzi

 

i

 

nella quale fu tentato l'assassinio di Lorenzo e Giuliano dei Medici nel Duomo di Firer)ze il 26 maggió 1478.  Mori nell'agosto del 1484.

 

21 Il Cardinale di Siena, Enea Silvio Piccolomini, oggi santo sugli altari.  Eb'

 

be da giovane una condotta Poco esemplare, fu favorevole al Concilio di Basilea e segretario dell'antipapa Felice V. Umanista, coltivò le lettere e la poesia.  Egli avrebbe voluto riunire le varie monarchie cristiane europee Per una crociata contro i Turchi, ed a tale scopo indisse a Man-tova un congresso che però non approdò a nulla; era il tempo in cui in Germania regnava una compl

 

- eta anarchia, l'Ungheria stava per essere conquistata dall'imperatore Federie,9, Napoli era ambita dal

 

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andasse a coprire le spese delle giostre per la Rocca di Ponte Milvio '. L'ascesa al soglio di Pietro di papa Bardo, Paolo Il, dette al Carnevale un'impronta tutta nuova, e possiamo dire senza tema di smentita che il Carnevale romano, quello vero, nasce con Paolo Il, perché fu questo Papa che nel 1467 volle che il Carnevale si svolgesse in piena città, trapiantandolo dal Testaccio, dove esisteva in linea primordiale e popolaresca.

La via Lata dove avevano luogo le corse che si organizzavano per il Carnevale, cambiò appunto pe rciò il suo nome in quella di via del Corso, e la zona impegnata per le feste era proprio quella del Corso, piazza Venezia, Palazzo San Marco e la piazzetta delle chiese di Sant'Andrea e Santa Maria della Strada che poi cedettero il suolo alla Chiesa del Gesù, la cui piazza era, in origine, via degli Altieri.  Il punto di partenza delle corse era Piazza del Popolo, che a quei tempi era in piena campagna, con la chiesa di Santa Maria, e la tomba di Marcello, o secondo alcuni della madre di Nerone.  Dal palazzo del Papa, oggi Palazzo Venezia, si assisteva all'arrivo delle « bestie bipede », che erano « ebrei, garzoni e vecchi » che si disputavano la conquista dei palii.

Paolo Il seppe comprendere la sua epoca molto meglio dei suoi antecessori tanto da applicare in pieno l'antica formula: panem et circenses.

Lasciava che il popolo si sfrenasse e si divertisse finché voleva nei giorni di festa.  Paolo Il non solo volle il Carnevale in maschera ma volle anche che il popolo banchettasse in Piazza Venezia mentre egli guardava dalle sue logge.  Invitò nel suo palazzo Corte e patriziato per assistere al primo, vero Carnevale romano, da quei

 

Re di Francia, l'Italia tutta era divisa e la stessa Roma, almeno in parte, si opponeva al dominio del papa.  Il santo papa non si scoraggiò per il fallimento della prima iniziativa contro gli infedeli; organizzò una crociata, armando una flotta, e nel 1464 si diresse egli stesso ad Ancona per imbarcarsi verso la Turchia, ma la morte lo arrestò il 14 agosto del 1464.

22 L'antico Pons Milvius costruito dal censore Marco Emilio Scauro nel Il sec. a. C. Rifatto da Niccolò V nel sec.  XV aveva una rocca a difesa, che fu poi rifatta da Pio VII e dal Valadier nel 1805.  Il ponte fu fatto saltare dai garibaldini nel 1849 e da Pio IX rifatto nel 1850.

 

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balconi dei quali uno... doveva riuscirci fatale nel secondo ventennio di questo secolo.  La prima mascherata si ebbe appunto per volere di questo Papa, che clargì ben quattrocento fiorini d'oro per finanziarla.  Essa era composta da un corteo di giganti, puttini ed amorini, a cui seguivano circa duecento adolescenti con bandiere diverse e personificazioni di personaggi storici, re e regine, tra cui spiccava per la sua avvenenza Cleopatra, accompagnata da Cesare Augusto.  Vi era poi l'Olimpo al gran completo, con Diana circondata di ninfe seminude che conferivano molta attrattiva allo spettacolo e quattro carri raffiguranti Il apoteosi del Pontefice.

Un attentato contro il Papa rese un po' titubante il Cardinale Camerlengo se consigliare o meno il ripetersi della festa, ma Paolo non volle privare il popolo di tanta allegria e fece disporre armigeri per tutto il Corso, eccezion fatta per l'anno 1471 in cui fu suo ospite Borso d'Este.  Per la visita del Duca di Ferrara il carnevale assunse un carattere maggiormente festoso e ci furono giostre, cacce e spettacoli.  Ma la più bella carnevalata fu proprio l'ingresso del duca.  Al suo seguito sfilò un corteo con centosettantacinque muli bardati a festa e ottanta paggi con cani e falconi seguiti da cinquecento cavalieri in varie divise; furono rifatte in suo onore le feste di Agone e del Testaccio ed i festeggiamenti si prolungarono per un mese.

Dal Diario di Paolo dello Mastro, apprendiamo che nel 1467 « lo pallio delli Iudei fu corso il 2 febbraio dall'Arco di Santo Laurenzio in Lucina fino a San Marco » e che nel giorno successivo « fu corso lo Pallio delli Garzoni » dalla Piazza di San Marcello ed infine « lo Pallio delli Vecchi ». Egli aggiunse che nel 1470 si fece lo stesso Pallio e si pensò di farlo correre anche alle donne, forse ricordando le corse dei tempi di Domiziano, quando queste partivano vestite ed arrivavano al traguardo quasi svestite, per l'eccessivo entusiasmo del pubblico.  Questa era la « corsa dei bipedi » nel Carnevale rinascimentale.

Alessandro VI, che abitava nel Palazzo del Vaticano e poi a Castel Sant'Angelo, trasportò le varie corse nella zona del Laterano dando come meta di arrivo la Piazza

 

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San Pietro e facendole partire dal palazzo della Cancellaria, poi Sforza Cesarini, presso Santa Lucia della Chiavica, chiamato in quel tempo « della Simonìa » perché allora in quella zona vi erano dei trafficanti che facevano mercato illecito di cose sacre e procuravano, previo lauto compenso, delle cariche importanti negli Uffici Ecclesiastici.  Anche Sisto IV continuò la politica del Carnevale paolino e riconfermò la gabella agli ebrei per le feste: furono suoi attivi collaboratori per l'organizzazione del Carnevale i suoi nipoti, come il Cardinale Pietro Riario, che a soli ventinove anni però lasciò purtroppo la vita terrena e quindi... il Carnevale.

Nel 1473 il rientro dalla guerra di Levante del cardinale Carafa, della nobile famiglia napoletana 13 , diede lo spunto di costruire per il Carnevale dei carri che ricordavano le gesta del cardinale guerriero e marinaio, e appunto il Riario in onore del Carafa organizzò anche cene e pranzi a cui fu invitata quasi tutta la corte pontificia.  Di queste feste ebbe a dire un testimonio oculare, Stefano Infessura: « feste che mai fosse fatte in Roma et anco fori di Roma ». Il cronista ricorda inoltre un pranzo, dato nel Palazzo in piazza SS.  Apostoli in onore del Carafa nel gran salone decorato con gli arazzi fiamminghi di Niccolò V, allietato dai canti di Baccio da Firenze e Gaspare di Baviera.  Sempre in onore del Cardinale Carafa

 

 

23 La famiglia si divise nei rami della Spina, principi di Roccella, e della Stadera, duchi d'Andria.  Ha dato un Papa, dodici Cardinali, due patriarchi, 26 vescovi ed un patriota, Ettore, conte di Ruvo.  Il Cardinale Oliviero Carafa, presidente del Sacro Regio Collegio di Ferdinando d'Aragona, amico di fra' Girolamo Savonarola, fu creato arcivescovo da Pio Il e da Paolo II cardinale.  Questo porporato napoletano non è ricordato tanto per i suoi meriti verso la Chiesa da ecclesiastico quanto per le sue attitudini guerriere ed il suo valore militare.  Egli fu « condotticro d'armata » di quella flotta che Sisto IV mandò contro i Turchi, e tornò a Roma vittorioso con venticinque prigionieri e dodici cammelli.  In San Pietro vi era un ricordo marmoreo, citato da un suo discendente, il duca Riccardo Carafa, con la seguente iscrizione:

 

Smyrnam ubi Oliverius Cardinalis / Carafa Sixti IV pontificiae Classis / Dux VI occupasset in Sataliae / Urbis Asiae portum VI irrupit / Ferreamque hanc catenam / Inde extraxit et super valvas / Huius Basilicae suspendit.

 

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papa Sisto IV volle offrire una grande mascherata in piazza San Pietro ed in tale occasione i fiorentini corsero un pallio dalla Porta del Popolo ai S.S. Apostoli.

Con la morte del cardinale Riario, un altro diletto nipote di Papa Sisto, il conte Jeronimo, prese l'organizzazione delle feste carnevalesche, che incominciarono con una grande giostra in piazza Navona alla quale parteciparono cavalieri italiani, catalani e di Borgogna ed assistettero ospiti illustri come Caterina Sforza, figlia di Galeazzo, don Stefano Colonna ed altri.  Purtroppo sorsero varie calamità per il papa, come la guerra degli Stati della Legge contro lo Stato Pontificio, le lotte tra casa Colonna e casa Orsini, tra i Valle e i Santacroce e i tumulti causati dalla Congiura dei Pazzi.  Al Carnevale quindi non si pensò più e soltanto nel 1482 Papa Sisto volle riprendere le feste carnevalesche, sebbene in veste dimessa.  Dopo la morte del protonotario Lorenzo Colonna, arresosi a Virgilio Orsini, il papa proibì in modo assoluto le feste del Carnevale e soltanto con la sua morte e con l'elezione di Giovan Battista Cibo al pontificato col nome di innocenza VIII 1 si poté festeggiare di nuovo il Carnevale a Piazza Navona, al Campidoglio con la corsa del toro ed al Campo di Fiori ove era il Palazzo della Cancelleria: di lì si sboccava allora al Canale di Ponte e da San Pietro Papa Innocenzo poté assistere alla festa.

 

Nel febbraio del 1492 Ferdinando il Cattolico " volle portare personalmente al Papa la notizia della caduta di

 

 

24 Il genovese Giovan Battista Cibo.  Combatté gli Aragonesi perché Ferrante si rifiutava di pagare il tributo alla Chiesa, ma riuscì a sistemare i rapporti con la Corte napoletana dopo il matrimonio del figlio Franceschetto con la figlia( di Lorenzo il Magnifico.  Anche con i Turchi, e precisamente con Maometto Il, fece una tregua nel 1481, ricevendo anche un figlio del sultano come ostaggio, a garanzia della sua buona condotta.

 

25 Detto il Cattolico, titolo impostogli da Innocenzo VIII, era figlio di Giovanna II d'Aragona.  Re d'Aragona, nel 1469 aggiunse al suo il regno di Castiglia sposandone l'erede Isabella, ed è quindi ritenuto il fondatore della monarchia spagnola.  Agevolò Cristoforo Colombo, permettendogli il suo viaggio verso l'America.

 

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Granata, finalmente liberata dai Mori e fu tale la contentezza per questo avvenimento che come ci fa sapere il cronista: « coelum ardet luminaribus: terra tormentis reboat ». Così si volle commemorare la vittoria di Granata con dei carri, e fu simulata un'azione di attacco da parte di spagnoli contro un fortilizio dei Mori.  La mascherata fu poi portata nella chiesa di San Giacomo dove si cantò un Te deum in ringraziamento.  In questo stesso anno si cominciarono a dare spettacoli teatrali durante il Carnevale per opera principalmente di Pomponio Leto.

In effetti il Carnevale romano, libero, sfrenato, come lo permetteva Paolo 11, che poi era... veneziano, non durò molto; forse una cinquantina d'anni, perchè i Papi cominciarono ed emanare Bandi ed Avvisi che vietavano determinate mascherate e travestimenti « con vesti cardinali, vescovi o prelati né in cocchio -né s-é-nza coc.éhio », altrimenti vi era l'ammenda di ben cinquanta scudi d'oro, la confisca del cocchio, del vestito e dei valli.  In alcuni casi furono previste anche pene corporali icon scudisciate da infliggere in pubblico e proprio « nel @luogo dell'arresto, senza domandare né conoscere chi siano ».

Sotto il dominio dei Borgia " tutta la vita romana rispecchiava la corruzione del tempo e dei costumi.  Si può quindi immaginare in quell'epoca di completa amoralità cosa potesse accadere nel periodo di Carnevale!  Si ritornò in effetti ai primi secoli della chiesa, e sotto altra veste baccanali e saturnali si ripeterono con sfarzoso lusso e sfrenatezza di costumi.  Nel 1499 il gonfalo-

 

26 Famigerata famiglia spagnola che si stabilì a Roma alloruando uno dei suoi membri, Alfonso, fu eletto papa col nome 5i Callisto III (1455-1458).  Rodrigo, poi Alessandro VI, ebbe da alcune donne i figli Seronima, sposata a G. H. Cesarini, Isabella, sposata a Piero Matuzzi, Pedro Luis, duca di Candia, Giovanni, duca di Camerino e di Nepi.  Dall'unione con Vannozza Cattanei nacquero l'infausto Cesare, duca di Valentino e di Romagna, sposato a Carlotta d'Albret, Juan, secondo duca di Candia, che sposò Maria Enriquez, la bellissima Lucrezia sposata prima a Giovanni Sforza conte di Pesaro, poi ad Alfonso d'Aragona duca di di Ferrar-

 

Bisceglie, e poi ad Alfonso d'Este duca              a, Joffrè, che

sposò Sancia d'Aragona e poi Maria de Milà. 33

niere Giorgio Cesarini ',,organizzò il Carnevale in Piazza San Pietro, ma le maschere furono proibite dopo le severe prediche del Savonarola: la Corte Vaticana cercava di guardarsi le spalle, mentre le fazioni attendevano la confusione e la piazza per avere la possibilità di ammazzare ed eliminare le persone che davano fastidio.

Il secolo XVI fu inaugurato col Giubileo, vale a dire con l'Anno Santo, ma ciò nonostante in Piazza Navona ci fu una mascherata di ben undici carri con la rappresentazione della Gloria di Giulio Cesare ideata dal Valentino e fu addirittura permesso di entrare nelle chiese in maschera senza alcun ritegno né rispetto.  Nel 1502 per il matrimonio di Lucrezia Borgia con il duca Alfonso di Ferrara il Carnevale fu anticipato al 17 dicembre con un gran ballo al palazzo di Lucrezia ', e per l'occasione si permise di portare la maschera in strada, sicché le cortigiane, forse in onore dei Borgia, sfoggiarono le più belle maschere e tutta Roma diventò un lupanare.  Per le strade più o meno buie si poteva assistere a scene di erotismo che si svolgevano sia in carrozza che a piedi e non lasciavano nulla all'immaginazione.  Del resto non c'è da meravigliarsi: era il tempo dei Borgia, e vizio e lussuria regnavano incontrastati.  Ai primi dell'anno si ebbero feste anche in Vaticano e nella sala « del pappagallo », dove il Papa era riunito con dieci cardinali, Si b'a' il @o' - perfino la moresca, ballo molto in voga a quel tempo.  In piazza vi fu la corsa dei tori e... i « salti » per « acconcia visione di varie madonne »; i giorni seguenti si recitarono alcune commedie, seguite o precedute da spettacoli allegorici e coreografici che lodavano le « rare virtù » (!) dei Borgia.  L'anno seguente, il 1503, che doveva essere l'ultimo del

 

 

Il Appartenente a nobilissima ed antichissima famiglia romana che secondo alcuni discendeva da Cesare, era figlio del marchese Giuliano, anch'egli Gonfaloniere del popolo.  La famiglia fu sempre avversata da papa Clemente VII per rancori esistenti fra i Cesarini ed i Medici, la famiglia del Papa.

28 Secondo alcuni non fu dato al palazzo di Lucrezia, ma in quello di Vannozza Cattanei che è sulla scalinata che da piazza Cavour porta a San Pietro in Vincoli.  Potrebbe anche essere esatto, tanto pi@ che nell'epoca la zona elegante di Roma era quella.

 

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papato di Alessandro VI, il Carnevale si iniziò come di consueto, ma erano state permesse le maschere anche nei giorni di Natale e proprio il giorno di Natale ci fu una mascherata che fu tutta una satira sulla corte pontificia.  In quest'anno morirono molti cardinali e durante una mascherata un individuo vestito da cardinale in cappa e porpora offrì, macabra satira, un gran calice- al cardinale decano, Orsini, che assisteva col papa in San Pietro.  L Orsini morì sul colpo e allo sconosciuto in maschera a cardinale furono mozzate le mani e la lingua, ma l'episodio è altamente significativo.  Ad Alessandro VI si deve l'innovazione della Corsa delle cortigiane, che partiva dalla Piramide del Borgo e terminava a San Pietro.

Con Giulio 11, perché di Pio III è inutile parlare data la brevità del suo pontificato, le cose cambiarono ed il carnevale finì col passare quasi inosservato; il papa era sempre sui campi di battaglia e solo quando tornò vincitore cla Perugia e da- Bologna si festeggiò il Carne-

 

vale in sa" allegria dal 17,gennaio all'8 marzo.  Furono na 'he le feste nuziali della

celebrate in questo periodo anc nipote del Papa Lucrezia Gara della Rovere con Marc'Antonio Colonna, e si rifecero le feste in Agone ed al Testaccio.  Le guerre ripresero, sempre con la vittoria del papa guerriero ed il carnevale negli anni successivi passò inosservato, ma nel 1513 papa Giulio dispose che la Camera Apostolica ordinasse « palli e trionfi con degli ornamenti » e così:

 

... in ogi strada et omni foro

In caccia il bicorn to bravo toro.

 

La festa in Agone quell'anno fu imponente, perché rappresentò l'apoteosi di papa Giulio e non fu di meno quella al Testaccio durante la quale furono messi vari pallii per la corsa delle bufale e dei vecchi.

Con l'elezione di Leone X, Roma divenne la vera caput mundi, il centro dei divertimenti e delle feste e tutto il pontificato di questo papa fu « un baccanale continuo », a dire dei cronisti.  Le feste carnevalesche non ebbero più calendario e diventarono più allegre e meno

 

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agonistiche; poche giostre e molto più teatro e divertimenti, specialmente quando i nipoti del papa, Giuliano e Lorenzo de' Medici, furono eletti patrizi romani.  Fu costruito un gran teatro in Campidoglio con « sette gradi di sedili »: organizzava le rappresentazioni ed i conviti il Gonfalonìere Gian Giorgio Cesarini.  Le rappresentazioni avevano quasi sempre soggetti osceni, cosa che del resto fu la caratteristica dei lavori di quel secolo, il cui più fortunato esponente letterario fu Pietro l'Aretino Caratterizzarono questi carnevali di papa Leone anche le cacce con falconi e corni, durante le quali ogni volta si facevan fuori decine di maiali.  Il carnevale romano si trasferi anche a Firenze, perché il nipote del papa volle imitarlo nella grandiosità di questi festeggiamenti che non divertivano solo il popolo, ma anche la corte.  A Roma si volle allora far qualcosa di nuovo per il Carnevale: « el gioco de le Cane che fu bel vedere », che consisteva in una corsa di cavalli divisa in varie squadre di cavalieri.

Le commedie dell'Ariosto si rappresentavano con le scene dipinte da Raffaello e per non saper più cosa inventare un convito di Lorenzo Strozzi passò alla storia per aver fatto trovare agli invitati teste di morto dappertutto insieme... a fagiani e pollanche.  Durante il pontifìcato di Leone X si videro dei cardinali, come l'Aragona ed il Gara che travestiti in maschera, accompagnavano

 

 

29 Detto l'Aretino perché nato in San Pietro di Arezzo, sembra che il poeta si chiamasse Pietro Bacci.  Questo « indiavolato toscano», come lo definì Alessandro del Vita, che...

di tutti disse mal fuorché di Cristo

scusandosi col dir: «Non lo conosco»... era temuto da tutti, compresi regnanti e potenti, per i suoi strali poetici che colpivano senza pietà.  Visse--a lungo a Roma, protetto da Leone X, mecenate delle arti e della letteratura, in splendidi palazzi e ville ed in un ambiente orgiastico ricco di fasto e di avventure.  Dopo la morte del papa l'Aretino si allontanò da Roma e si stabilí prima presso la corte dei Gonzaga a Mantova, poi in Francia presso quella di Francesco 1, infine a Venezia sotto la protezione del Doge Andrea Gritti, ove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1556.  Tra le sue maggiori opere ricordiamo: I Dialoghi, le Lettere, Orazia, le commedie Il Marescalco, La Talanta, L'Ipocrita, La Cortigiana, Il Filosofo, ed una impertinente parafrasi dei Salmi chiamata l'Aretino penitente.

 

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i tori al Testaccio in corteo con mamelucchi: fu propri(> nel '500 che i giuochi e le carnevalate al Testaccio si affermarono si da diventare tradizionali e durarono circa quattro secoli.  Oltre che il Carnevale al Testaccio si faceva anche la processione della Passione di Cristo, poi chiamata Via Crucis.

Ritornando alle « Corse di Iudei de zitelli e de giovani», un menante del 1585 scriveva che le « bestie bipede » per cui egli intendeva gli chrei,-correvano insieme -agli anim _ali perché era no condannati « a farla da barberi » nel Carnevale di Roma; in realt@a la corsa dei bipedi era fatta da tutti.  Un poeta fiorentino, tale lohannes da Pennis, che sappiamo esercitava anche la professione di medico, ci ha lasciato un poemetto in ottave intitolato Magnifica et sumptuosa festa fatta dalli signori Romani per il Carnevale.  A dire il vero si tratta di una vera cronaca in versi, che fu poi imitata in Francia dal Loret con la Muse historique, che conclude così:

 

El primo dì del mese di febbraro

Si corson tutti e giovani gagliardi

Che furono più assai, ch'un centinaro,

Destri saltavan, come leopardi

Né fu le mosse de' Judei divaro

Ma non furno nel correr tanto tardi,

Fur ben le mosse, secondo ch'io stimo,

E  che si dette il palio, a chi fu il primo.

 

Quindi come si vede le Corse di bipedi non erano fatte solo dagli ebrei, né solo per scherno o per barbarie.  L'uso di queste corse risale all'epoca romana, quando si facevano nel Circo Massimo e rappresentano quindi lo sbiadito riflesso medievale degli spettacoli della Roma

pagana.

Oltre agli ebrei del resto erano _ogge,

 

@@i d scherno i -,frati, come apprendiamo da un brano del Cortigiano di" aldassarre Castiglione 10: « lo essendo maschera passai,

 

30 Nacque a Cesenatico, nel mantovano, nel 1478, fu discepolo di Giorgio Merula e di Demetrio Calcondila.  Visse alla Corte di

 

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e vedendo un Frate, così da un canto, che stava un poco sospeso, giudicai aver trovato la mia ventura, e subito gli corsi come un famelico falcone alla preda; e prima domandatogli chi egli era, e esso rispostomi, mostrai di conoscerlo, e con molte parole cominciai ad indurlo a credere che il Bargello l’andava cercando per alcune male informazioni che di lui s’erano avute, e confortarlo che venisse meco insino alla cancelleria, ch’io quivi lo salverei.  Il Frate pauroso, e tutto tremante, pareva che non sapesse che si fare; e dicea dubitare se si dilungava da S. Celso, d’esser preso. lo, pur facendogli buon animo, gli dissi tanto che mi montò di groppa, e allora a me parve di aver a pieno compito il mio disegno, così subito cominciai a rimettere il cavallo per Banchi, il quale andava saltellando e traendo calci.  Immaginate or voi che bella vista faceva un Frate in groppa di una maschera, col volare del mantello scuotere il capo innanzi e’ndrieto, che sempre pareva ch’andasse per cadere.  Con questo bello spettacolo cominciarono quei signori a tirarci uova dalle finestre, e poi tutti i banchieri e quante persone v’erano, di modo che con maggior impeto cadde dal Cielo mai la grandine come da quelle finestre cadevano le uova ».

L’avvento alla cattedra di Pietro di Giulio III diede « licentia ad ogni et qualunque persona di poter far mascare senza in corso di pena et no’ ostante qualsivoglia

prohibitione in contrario fatta, per esser così la volontà

di SS. ». Le « licentie » però durarono poco, perché con

l’aumentare degli eccessi del popolo nel 1555 iniziarono

di nuovo le proibizioni come « rioii tirare milagnole né

ova, né qualsivoglia et sia acqua, ovvero altra cosa putrida ».

 

Lodovico il Moro, di Francesco Gonzaga e di Guidobaldo da Montefeltro, e dopo aver servito sempre da perfetto gentiluomo, come lo chiama Francesco Flora, compose il Cortegiano, che tratta appunto dei doveri e del modo in cui deve comportarsi chi vive presso le corti.  Durante il Sacco di Roma Clemente VII lo inviò come ambasciatore a Carlo V, ma con esito molto poco lusinghiero, tanto che fu da alcuni ritenuto responsabile del sacco.  Mori a Toledo nel 1529, e dopo la sua morte fu definito uno dei migliori cavalieri del suo tempo.

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Così fu proibito ancora di « portare armi tanto offensive quanto difensive, bastoni, bacchette et s assi,... con pene etiam fino alla morte inclusive ad arbitrio di Monsignore Reverendissimo Governatore, intimando che i delitti fatti dalle maschere si puniscano straordinariamente et secondo l’arbitrio sopradetto ».

Questo Bando” del 1500 fu famoso perché in esso per la prima volta si parla di pena di morte per... licenze carnevalesche!  A dire il vero sembra forse un po’... esagerato al giorno d’oggi, ma altrettanto sfrenati dovevano

 

31 ORDINE CIRCA L’ANDARE IN MASCHERA ET ALTRI.

Carlo de Grassi Vescovo de Montefiascone e Corneto Governatore, etc.  A fine che quello che per soddisfazione e ricreatione del popolo viene da superiori tollerato, non parturischi inconveniente alcuno contro l’honestà e quiete pubblica: Si ordina a qualunque persona di qual si voglia grado, dignità o preminentia, etiam se fusse tale che havesse bisogno di essere specialmente espressa, che vestendosi in maschera questi prossimi giorni di Carnevale non ardischi o presumi di contravvenire alle infrascritte prohibitioni, sotto pena di ricevere ipso facto dal Barigello tre tratti di corda, et più oltre di essere condannato in pena pecuniaria e corporale, etiam fino alla morte inclusive ad-arbitrio di Monsignor Reverendissimo Governatore.

Et prima si vieta l’andare in habito di Cardinale,- di Vesc ,@o vo, di frate, o che in qualunque modo rapresenti persona di religione

Appresso si prohibisse l’intrare immascarato nelle Chiese, o accompagnarsi,-con _religio@-per--Ie- Bada-.

!tem se interdice il portare armi tatítd,offensive quanto dif-, tensive, bastoni, bachette e sassi, o íiisti-umenti di qual si voglia sorte atto ad ingiuriare alcuno, intimando che i delitti fatti dalle maschere si puniranno estraordinariamente, et secondo lo arbitrio sopradetto.

Et perché nelle caccie de Tori pare necessario di portar armi, si commanda che ogni maschera uscendo dalla caccia, debbia subito deporre ogni arme nel più vicino luogo che potrà, ne presummi in modo alcuno andare per la città armato, che senza eccettuazion di persona o di accidente qualunque sarà trovato, se severissimamente.

Se =isse ancora totalmente l’andare in maschera per le strade o in qualunque modo travestito doppo le due hore di notte.

Item si commanda et ordina che nissuna persona sotto qual si vogli pretesto o colore ardischi di fare lotti o altrimenti venture d’alcuna sorte, o ver con giuochi e modi illeciti vendere le merci loro, sotto pena di perdere le robbe e danari, e di essere carcerati e condannati in altre pene ad arbitrio del Reverendissimo Governatore.  Datuin Romae ex aedibus praefati Reverendissimi D.ni Gubernatoris.  Die 7 februari 1560.

C.         Montisfiacon.  Gub.

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essere gli eccessi popolari che lo resero necessario.  Nel 1586 fu emanato un altro Bando” nel quale si promettevano tre tratti di corda a quelli che comunque potevano provocare disordini, e se per caso avessero causato

 

BANDO DEL CORRERE LI PALII.  Per ouuiare alli scandoli, dissordini, & inconuenienti, che sogliono occorrere in questo tempo di Carnouale per il correre de palii, lo Illustriss. & Rcuerendiss.  Mons.  Mariano Perbenedetti, Vescovo di Martorano di questa alma città di Roma, & suo distretto general Gouernatore, & Vicecamerlengo, di ordine espresso di Nostro Signore prohibisce, vieta, & commanda, che nelli giorni che si correràno li palii, nessuno ardishi, o presumi condurre cocchi, ne carrozze per il corso di detti palii, sonate che saranno le 20 hore, acciò prima di detta ora habbia tempo ogni cocchiero, o carrozzero di condurre li padroni, & padrone, o altra gente, che condurranno alle case, & luoghi destinati da loro per veder correre, sotto pena a detti cocchieri, & carrozzieri che fossero trouati per il corso passate le dette 20 hore, di tre tratti di corda, & alli padroni di perder il cocchio, & carrozza, & a quelli che saranno in cocchio cinquanta scudi d’oro per ciascheduno, & altre pene, etiam corporali, ad arbitrio di s.s. Reucrendiss. di applicarsi alla R. Camera Apostolica, o luoghi pii, & vn. quarto da distribuirsi fra li accusatori, & essecutori; & nella stessa pena incorreranno tutti quelli, che a piedi, o a cauallo impediranno, o attrauerseranno detto corso, ne mettersi a fauorir’e detti corridori, ne menarli a braccio, ne darli di mano con correre a cauallo, ne in qual si voglia altro modo fauorirli, ne impedirli, ne alcuno ardisca sotto colore di far fare largo alli corridori, partirsi ne dalle mosse ne da loro luoghi doue stanno, con correrli dietro, ne a piedi, ne a cauallo, o ingerirsi per strada in modo alcuno.

Dechiarando che tutti quelli che saranno stati fauoriti, & aiutati, essendo primi a toccare li palii non li saranno dati, ma li daranno alli primi, che doppo loro arriueranno alli palii, & li toccheranno, & che non saranno stati aiutati, & fauoriti, & quelli che l’aiuteranno, o favoriranno, o impediranno, o si faranno aiutare, fauorire, o impedire, incorrendo nella pena di tre tratti di corda da darseli ipso facto in pubblico nelli luoghi istessi del corso, & se sarà essecutore, incorrerà nella pena della galera perpetua, & quelli che fauoriranno, o impediranno a cauallo, oltre le suddette pene, come di sopra, incorreranno nella perdita delli caualli, & altre pene ad arbitrio di s. sig.  Rcuerendiss.

Auuertendo, che se per causa di detti impedimenti, ne venghi morte, o mutilazione, quelli che saranno causa incorreranno ipso facto nella pena della forca da esseguirsi allhora in loco snz’altra tela giudiciaria, se ben quello, che harà dato causa a detti impedimenti morisse: Nondimeno vuole ss.  Reucrendissima, che così morto, si possi ìncontinente far appiccare, nel luogo istesso del corso.

Item s.s. Reuerendiss. rinova il bando già mandato, che nissuno presuma far zaganelle, razzi, doppioni, chiaui, busciate

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« morte e mutilazione, quelli che ne saranno causa incorreranno ipso facto nella pena della morte da eseguirsi in loco senz’altra tela giudiciaria se ben quello, che harà dato causa a detti impedimenti morisse (!): nondimeno vuole SS.  Reverendissima che così morto si possi incontinente far appiccare nel luogo istesso del corso ».

Quanta differenza di idee e di metodi tra il veneziano Paolo e il francescano Sisto V! Quest’ultimo fu un austero oppositore del Carnevale, limitò al massimo le feste profane, e fece innalzare in varie piazze alcune forche per far giustizia immediata dei colpevoli di disobbedienza ai suoi « Bandi per li Palii ».

& vacue con polvere dètro, o qual si uoglia altra cosa simile, ne quelli in modo alcuno farli, ne farli fare, vendere, o coprare, ne attaccarli, usarli, o adoprarli, sotto la pena di tre tratti di corda, e della berlina, & etiam della galera, & altre pene corporali, & pecuniarie a beneplacito di s. Reuerendiss.

Et così ancora che bottegari, o qual si voglia altra persona, che tenessero, o hauessero in bottega, o altroue fatte zaganelle, razzi, & altre cose simili, come di sopra, subito le debbiano hauer guaste, & annihilate a fatto, altrimenti si procederà contra di loro all’essecutione delle sopradette pene se li saranno trouate addosso in casa, o nelle botteghe.

Ne men niuno habbia ardire dalle finestre per strada, o qual si voglia altro luogo trarre, ne auuentare a persona alcuna oue con acqua guasta melangoli, aranci, rape, mele, o qual si voglia altra cosa simile ne con quelle cercare di percuotere ne offendere alcuno, altrimenti si procederà contra li trasgressori senza rispetto alcuno.  Anzi se le dette cose saranno tratte da qual si voglia casa; & che la Corte non ne potesse hauer notitia del malefattore, che allhora quelli che saranno in dette case siano obbligati a dare, o riuelare il detto malfattore, altrimenti siano tenuti tutti a loro a quello che meritasse detto malfattore.

Item vole S.S. Reuerendissima c@ nessuna persona debbia correre iancie doppo che li corritori saranno arriuati alle mosse sino che sarà finito correre detti palii, sotto la pena di tre tratti dì corda come di sopra, & perdita di Caualli & altre pene ad arbitrio di S.S. Reucrendissima.

Et così ancora vuole che nissuno ardischi per detto Corso far risse, questioni, & insulti ne dare ne far dare, ferite o dar bastonate, o commettere altri eccessi, oltre le pene delle leggi communi & contenute nelli altri bandi se gli aumenterà ancora detta pena etià sino alla morte inclusiuc, considerata la qualità del luogo, de casi, & delle persone, & tutte le pene sopradette s’addoppiaranno per tutto questo tempo del Carnouale.

Però ogn’uno si guardi che si procederà con ogni rigore, & irremissibilmente, In quorum die 28 Ianuarij 1586.

M. Perbenedictus Epife + Cuber

Iac.  Scala pro Charitate Not.

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Fu così proibito anche tirare o buttare giù dalle finestre qualsiasi cosa come frutta marcia, uova od altro.  Una pena attesa con gioia dal popolino era quella cui venivano condannate le cortigiane ree di essersi mascherate contrariamente al divieto.  Esse venivano frustate a dorso nudo nella via del Corso, e tale pena veniva applicata con molta severità e rigore, tanto che nel 1636 vi capitò persino la Cecca buffona, amica del nipote di Urbano VIII 33@ che nonostante l’intercessione del suo amante, non riuscì a farla franca.

Trascrivo l’episodio, riportato con tutti i suoi particolari nel Diario del Governatore Spada: « Cominciarono le maschere per Carnevale li 14 febbraio (1637), et essendosi introdotto con troppa licenza che vi andavano molte meretrici, fu stimato necessario l’usare qualche rigore per reprimere la loro audacia. onde il mercoledì, alli 18 il Barigello catturò nel Corso Checca Buffona mascherata che andava in una carrozza a vettura guidata da Giovan Battista Colombo Perugino servitore dell’Ambasciatore Cesarco, ancora egli mascherato come erano gli altri, eccetto N. da Macerata che senza maschera portava la spada, e però tanto più corse il Barigello a far detta cattura di lui e della detta donna, e volse condurre ambedue carcerati, benché il Colombo se li desse a conoscere per servitore dell’Ambasciatore Cesareo.  Dispiacque ciò notabilmente all’Ambasciatore e mandò a dolersene la medesima sera con il Barigello per mezzo di un gentiluomo, quale aggiunse, come per minaccia, che pensasse egli alla liberazione della donna perché il signore Ambasciatore non vi volea pensare.  Si piccò il Barigello di questa ambasciata e volse andare a darne parte immediatamente al signor Cardinale Barberino, benché il Governatore lo dissuadesse per essere S. E. alle quattro

 

Il Maffeo Barberini era nato a Firenze nel 1568.  Quando avvennero i fatti d’arme per la successione di Mantova, simpatizzando per la Francia inviò suoi legati alle varie corti europee, favorevole alla venuta delle truppe francesi di Richelieu in Italia.  Riuscì ad indire il Congresso di Colonia nel 1636, ma la morte lo raggiunse e non gli permise di attuare il suo sogno di pacificare i vari stati europei.

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Fontane dove si rappresentava in musica la favola del Falcone, e vedendolo pur resoluto d’andarvi, lo persuase a non palesare al signor Cardinale il tenore dell’imbasciata per non irritare S. E., giacché si poteva credere che fosse stato eccesso del mandato.  Partito che fu il Barigello, venne dal Governatore un gentiluomo dell’Ambasciatore e rappresentandogli il successo della cattura lo pregò a far rilasciare la donna, tanto più che, come aveva veduto Sua Eccellenza, quel giorno e gli antecedenti ve n’erano andate molte; altronde non gli pareva che il suo gentiluomo havesse fatto errore tale che meritasse mortificazione simile.  Replicò il Governatore, per scusa anche del Barigello, che siccome sua Eccellenza aveva veduto questo disordine, così avendolo anch’egli veduto, mentre per ragione dell’Officio era stato il lunedì et il martedì per il Corso, si conobbe in necessità di provedervi.  E però incaricò al Barigello, che non permettesse in modo alcuno che si proseguisse cotale abuso ma facesse in ogni maniera catturare alcuna er farne dimostrazione.  In vigore di quest’ordine havere p

il Barigello fermata una carrozza da vettura, nella quale veduto doppio inconveniente di persona armata, con ascherate, e di donna in maschera, e sebbene seppe poi

m

esservi un servitore del signore Ambasciatore, non poteva senza grave scandalo, e senza eccedere la sua facoltà lasciarla libera, dispiacendogli grandemente che la disgrazia havesse portato un gentiluomo di Sua Eccellenza in quella carrozza, e molto più di non poter egli servirla col far rilassare la detta donna, conforme desiderava, essendo questa sorte di grazie riservata alli padroni Supremi (i Cardinali nipoti).  E benché replicasse molto il mandato, rispose sempre il Governatore con il medesimo tenore’ onde alfine si mostrò quello appagato della buona volontà di questo; ma non molto appresso tornò il nome del signore Ambasciatore, a reiterare le istanze, dicendo che S.E. rimaneva soddisfatta delle ragioni per le quali si era ordinata la cattura di alcune donne mascherate, ma che desiderava questo favore perché non fosse la prima ad essere punita costei, la cui punizione portava in conseguenza poca riputazione alla sua per-

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sona e carica.  Rispose il Governatore che non veniva perciò intaccata la riputazione dell’Ambasciaria, né dell’Ambasciatore, poiché la donna non andava sotto suo nome, né era in sua carrozza, né prima si era potuto prevedere che fosse guidata da gente sua, onde non era in alcuna parte offesa Sua Eccellenza, oltre che poteva sperare di riceverne la grazia da’ padroni, a’ quali spettava, non ad esso Governatore, quale seppure in alcun altro caso havesse potuto arrogarsi tali autorità, certamente non poteva farlo nel presente, giacché il Barigello si cra trasferito a dar parte al Signor Cardinale-Padrone delle preghiere reiterate di Sua Eccellenza, e della premura che dimostrava.  Accettò il gentiluomo l’offerta, et il Governatore mandò il Valentini Caponotaro, per ragguagliarne Sua Eccellenza, o Monsignor Fausto, et essendo ritornato doppo le cinque hore in compagnia del Barigello, riferirono unicamente che il signor Cardinale voleva che la mattina seguente si frustasse la donna; e la mattina per poliza di Monsignor Fausto ne fu confermato l’ordine, con asserzione di averne parlato a N. S. Havuto di ciò notizia l’Ambasciatore, mandò a pregare il Governatore di trattenere l’esecuzione fintanto che giungessero a’ padroni i suoi biglietti.

« Rispose questo che per elezione si trattengono al tardi queste funzioni, ma che stima difficile poterli riuscire d’ottenere cosa alcuna, poiché il signor Cardinale ne avea dato conto a Sua Santità, quale a quell’ora dovea essere nella Congregazione del S. Uffizio; et il signor Cardinale Barberino in S. Lorenzo e Damaso, per porvi l’orazione delle quarant’ore, che però non potevano vedersi insieme prima che si eseguisse il loro comandamento; lasciò nondimeno a casa il signor Antenore di Benedictis suo Luogotenente con ordine di farla giustizia alle 17 hore, quando prima non venisse altr’ordine da’ padroni; al quale effetto gli diede autorità di aprire le polize che le fossero scritte, andando egli alla visita delle Carceri di Campidoglio dove, secondo il costume, dovea rimanere à pranzo con i signori Conservatori.  Succedè appunto, come haveva preveduto il Governatore, che per avere il signor Cardinale rappresentato il caso à N.S.,

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non volse senza saputa di Sua Santità rivocare l’ordine dato, ma essendosi aggiunti alli biglietti del signor Ambasciatore quelli del signor Cardinale di Savoia, al quale, come Protettore della Germania, era ricorso l’Ambasciatore, feceli Sua Eccellenza portare a Sua Santità, sebbene assai tardi; ma non volse Sua Beatitudine ricedere dal rigore, apprendendo per gravissimo disordine che simili donne andassero in maschera.  Fu nondimeno l’esecuzione tardata fino alle 19 hore per l’instanza che gliene fu fatta dai Ministri del signor Cardinale di Savoia, il che forse non piacque à Palazzo.  Si mostrò poi il signor Ambasciatore molto piccato di questo rigore, e lasciò d’andare a Palazzo dell’Udienza il venerdì seguente e si temé da alcuni che fosse per fare qualche risentimento contro il Barigello, che haveva fatta la cattura ».

il Carnevale romano nel secolo XVII giunse al colmo del suo splendore: nel 1634 si allestirono a Roma festeggiamenti senza pari in onore del principe polacco Alessandro Wasa, organizzati dal cardinale Antonio Barberini, che tra le altre cose volle una Giostra del Saracino -“ perché « bramoso di veder ravvivato nella gioventù romana il primiero gusto de’ cavallereschi esercitii stimò niun’altra festa poter esser più a propositi di questa per un tal fine e si mostrò fermissimo in volere che ad ogni modo si seguitasse l’impresa ». Queste feste ebbero anche il loro cantore: il marchese Fulvio Testi “, cittadino di Modena, ed il cardinal Barberini volle dare

 

34 Cfr.  Raccolte di lettere scritte dal cardinale Bentivoglio in tempo delle sue nunziature di Francia e di Fiandra.  Stamperia De Rossi, Roma, 1654.

35 Fu il continuatore della linea pindareggiante del savonese Chiabrera.  Nato a Ferrara nel 1593, ebbe un temperamento esuberante e mutevole che emerse quando Carlo Emmanuele nel 1613 mosse contro la Spagna.  In un primo momento contrario, il Testi volle invece poi far sentire la gua voce all’unisono con quelle del Chiabrera e del napoletano Marino, ed in tale occasione fu insi nito della Croce dei SS.  Maurizio e Lazzaro, decorazione che pglacò in parte la sua avidità di gloria.  Fu segretario di Alfonso III d’Este e varie volte ambasciatore alla Corte di Madrid.  Come l’Ariosto fu Governatore della Garfagnana, incarico datogli dal duca Francesco I, ma poiché fu colto ad inte-

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gran pompa ai carmi del Testi in onore della Fest Saracino per il Carnevale promettendogli onori e ricom-

pense,   che rimasero poi solo lusinghe per il povero mar-

chese!

                             Il               marchese Cornelio Bentivoglio’, nipote del Car-

                     dinale Guido, che era al servizio dell’Imperatore Ferdi-

                    nando 11, fu nominato Mantenitore della Giostra ed il

 

25 febbraio, ultimo sabato di Carnevale usci il Cartello del Mantenitore della Giostra in cui si annunziava che la festa sarebbe stata anche « in musica recitata dal canterino del Cardinale Antonio » e poi « la ricreatione si finì dopo alquante bore consumate in giochi et altri passatempi tra quelle Dame, Cardinali e Cavalieri che vi si ritrovarono ». Si poté ammirare « la Fama in un vago carro il quale da una grande Aquila condotto sopra quattro ruote messe a oro, appresentossi nel mezzo della sala dove erano adunate le Darne ». Marco Antonio Pasqualini, musico del cardinale, irnpersonificava la Fama recitando versi dell’architetto Guitti « con soavissimo canto accompagnato da un armonioso concerto d’istrumenti ». Un araldo « riccamente ornato e superbamente vestito avanzassi sul mezzo di tutta la nobiltà » per leggere un cartello, opera di Fulvio Testi, che fu poi distribuito alle dame.  Seguirono questa festa veglie e balli in Casa Falconieri, in Casa Magalotti, dei principi di Massa, di donn’Anna Colonna, di donna Costanza Barberini, e dei Mellini, che avevano il palazzo in Piazza Navona.

Il teatro messo in questa piazza, proprio di fronte alla Chiesa di San Giacomo, come ci fa sapere Vitale Mascardi (1635) nella sua Relatione della Festa, fu interessantissimo sia per la sua costruzione che per lo spetta-

 

ressarsi di Politica, nella speranza di essere nominato Segretario della Protezione Francese a Roma, fu arrestato e rinchiuso nella fortezza di Modena che egli stesso aveva fatto costruire, e triste ed abbandonato quivi morì nell’agosto del 1646.  Sue opere principali: le Rime, i poemi eroici l’India conquistata e il Costantino, ed il dramma L’Arsinda.

M Appartenente a nobile ed illustre famiglia bolognese che si divise nel ramo di Ferrara, di Bologna, di Páodena e di Roma, fu anche letterato e con lo pseudonimo di Selvaggio Porpora tradusse la Tebaide di Stazio.

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colo.  Basti pensare che ad esso presero parte ben 360 persone, con trentotto cavalli, un nano e un toro.  Il nane> era del cardinale Antonio Barberini, e montava il toro scortato da due staffieri.  Alle « 16 hore fu principiata la Giostra del Signor Cornelio Bentivoglio, Mantenitore e dalli Cavalieri alla presenza di Principali Personaggi, Arnbasciatori de’ Principi, Dame Titolate et signori, che stavano a mirarla alle finestre di quei Palazzi, Case e Palchi, che per tal’effetto vi erano stati fatti di legname».  Il Mantenitore fu il primo a scendere nel campo precedendo don Prospero Colonna e il Conte di Castel Villano e « 4 trombetti et altrettanti Paggi a cavallo che portavano le lance dorate, e lo Scudo, dov’era dipinta la sua impresa con il motto, bauendo anco seco 24 paggi staffieri vestiti di livrea dello stesso colore verde e d’oro, alcuni de’ quali portavano li canestri inargentati con il Cartello pubblicato del detto Mantenitore ».

Scesero in campo il primo squadrone di nobili cavalieri: Fabrizio Ferretti, Girolamo Martinozzi, Domenico Cinquini, Antonio Rocci, Lorenzo Machiavelli, tali Bolognetti e Battaglini, il conte Mario Carpegna, ciascuno con bardatura, lancia e scudo e sei staffieri.  Il secondo squadrone era costituito da Angelo Incoronati, Virgilio Cenci, Girolamo Astalli, Pietro della Valle, il cavalier Muti, Gino Capponi, Valerio Santa Croce, Alessandro Sacchetti.  Gli altri quattro squadroni erano formati da cavalieri degli altri rioni della città tra cui primeggiavano: il conte Riga Ulisse Bolognetti, il commendatore Machiavelli, il Priore Nazzi, il marchese Cesis, il conte Ambrosio Carpegna, il marchese Strozzi, il marchese di Santo Vito, il conte Galeazzo Giustiniani, il conte Facchinetti, il cavaliere Giacinto del Buffalo, il marchese Torres, il marchese Malatesta ed il Principe di Carbognano.  Il marchese Giustiniano era vicino al Saracino, su un palco separato dagli altri.

La giostra fece distinguere i Cavalieri, ed all’Ave Maria, terminata la festa, fu distribuito a tutte le signore presenti un madrigale del Testi, dedicato alle Dame Romane dal quale si rilevano i nomi degli squadroni: Romana, Di Provenza, Pertinace, D’Egitto, Di Scizia.  Questi

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cartelli, erano stampati « in taffetà et in raso » e furono offerti dai cavalieri alle dame presenti.  Subito dopo questa cerimonia, comparve nella Piazza « un’artificiosa nave » con vele turchine ricamate in argento, che camminando... senza essere spinta da alcuno, portava tra i suoi « passeggeri » pastori, ninfe e satiri che iniziavano danze a luce di torcia sino a sera inoltrata.  Terminata finalmente la festa, quasi tutti si recarono al palazzo dei Mellini per terminare la notte festaiola.

Il Testi così commenta la fine della festa:

Cessi omai, cessi d’armiferi Oricalchi il rauco strepito; Dolce crepito

Formin sol cembali, e piferi;

Lieti giochi, allegre feste

Son trofei di Gioventù.

Chi dà bando à gioie oneste

Fà Tiranna la Virtù.

 

Se Vecchiezza ch’è di cenere

Non applaude a’ nostri cantici

Vien che mantici

Più per lei non trova Venere:

Mà non mettan facce meste

Le nostr’alme in servitù.

Chi dà bando à gioie oneste

Fà Tiranna la Virtù.

 

Amiam Noi per fin ch’è lecito,

E viviamo in festa, e in giubilo: Tempo nubilo

Hà pur troppo il piè sollecito;

L’allegrezze al fuggir preste

Quando van non tornan più.

Chi dà bando à gioie oneste

Fà Tiranna la Virtù.

 

Alcuni, invece di andare al palazzo dei Mellini, andarono al palazzo della Cancelleria, ed il Testi, illuso

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sempre che per le giostre si fosse «l’antico valore risvegliato » volle comporre il seguente sonetto:

Quei che fiaccar con generosa mano

In festiva tenzon robuste travi,

E con rostri d’argento in finte navi Solcaro à vostri cenni il suol Romano;

 

Quei, sù legni guerrieri del     mare insano

     Sprezzando, Duce Voi, gli orror più gravi,

       Stringeran megliore aste;   onde poi lavi

Sangue infedel d’Africa e d’Asia il piano.

 

Voi l’antico valor del Lazio invitto Eccitaste, Signor.  Termine angusto Hor’à tanta virtù non sia prescritto.

Chineranno al piè vostro il collo adusto Siria et Arabia, e ‘1 debellato Egitto Vedrà in nome d’Antonio opre d’Augusto.

Nel 1641 vi fu molta severità contro le maschere tanto che il Bargello - a volte - era forzosamente costretto a non notare alcune donne « andate in maschera e senza licentia ». Nel 1647 vi fu un’imponente mascherata costituita da carri, alcuni con musica, organizzati dall’Ambasciatore di Spagna, conte di Ognatte, che sfilarono sotto il palazzo del cardinale Carafa per rendere omaggio a donna Olimpia Panfili, cognata di Papa Innocenzo X 17.  Erano vicini anche i palazzi dei Cardinali Albornoz, della Cueva e Lugo.  Il Contestabile Colonna volle superare questa mascherata organizzando altri carrì, tra i quali uno sul quale fu rappresentato un dramma in musica, intitolato Il premio della fatica ed un ballo coreografico « assai leggiadro ». Sul carro c’erano: « giovinetti vestiti da gazze che facevano graziosissimo ballo

 

37 Giovan Battista Panfili (o Panphili) fu estremo avversario del Giansenismo.  Riuscì ad ottenere da Odoardo Farnese le cittadine di Castro e Ronciglione (1644-1655).

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con li piedi e le percosse alle ali ». Anche il Marchese Theodoli volle quell’anno preparare una mascherata, nella quale eccelse un carro che rappresentava uno scoglio marino ove Amore con arco e faretra cercava di « colpire » alcune giovanette di Nettuno, molto graziose e vestite con ricchi costumi.

il Carnevale del 1649 fu molto brillante, forse perché precedeva l’anno del Giubileo, e si organizzarono mascherate di grande impegno: si poté ammirare il marchese Miroli Ferrarese che rappresentava il Sole con un vestito tutto in oro, seguito da otto staffieri anch’essi in ricchissime vesti d’oro e d’argento; il conte Barbana Bolognese che invece rappresentava la Luna vestito in turchino ed argento con otto staffieri con vesti degli stessi colori; il Torres e l’Astalli, l’uno nelle vesti di Rodomonte e l’altro di Mandicarlo, seguiti da un carro sul quale c’erano Bacco con baccanti ed un orso, tutti completamente ubriachi tranne forse l’orso.  Questo carro destò interesse e scandalo perché le baccanti oltre ad essere coperte solo da veli, per la sbronza che avevano presa erano sconce « nel detto e nell’azione » e quindi i lazzi dei giovani perditempo che erano per istrada e le risposte delle giovani davano luogo a dialoghi... non ripetibili.

Nel 1654 tutte le mascherate furono degne di rilievo, specialmente quella in onore del matrimonio di Maffeo Barberini con la pronipote di papa Innocenzo X, Olimpia Giustiniani.  Riguardo a questa mascherata penso sia interessante leggere quanto è riportato in uno degli Avvisi di Roma, ora alla Biblioteca Nazionale di Firenze: « Un carro nel quale era uno soglio altissimo, dove il Principe di Pallestrina sedeva in habito rappresentante il Sole con lo scettro in mano et le redini di quattro cavalli li quali posti al paro tiravano quel carro, sopra il quale a piè del soglio vi era un’aquila che riguardava il sole: il sole fu l’impresa di Papa Urbano et della sua famiglia Barberina, l’aquila era l’impresa di Casa Giustiniani et di D. Olimpia, sposa di Don Maffeo Barberini.  Avanti il carro andavano a cavallo le quattro stagioni, Primavera, Estate, Autunno, Inverno, con abiti vaghis-

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olmi, et avanti il carro et dopo camminavano a piedi più di cento servi vestiti tutti di tela d’oro, tra li quali andavano le dette quattro stagioni a cavallo, et questi quando poi fu notte portavano tutti in mano torce di cera bianca accese, et andavano sette et otto per fila, che facevano bellissima vista».

Un altro avviso del 1658 riporta: « Giovedì nel voler far uscire di strada un carro di maschere tirato dalla muta del sig.  Cardinale Carpegna, per non havere potuto Il suo cavallo sostenere la forza delle ruote cadde in terra e percosse leggermente un fianco, onde furno fatti prigioni i mascherati, e tra questi essendo Decio Marcone, che serve di mercante a Palazzo, a lui fu la medesima sera assegnata la casa per carcere.  Del resto fin ora in tanta confusione di gente il tutto è passato con ordine senza veruno scandalo; ben è vero che martedì sera essendo andato attorno per la città un carro nobile con Intermedi, scene di musica e di ballo e di moresca, rappresentante lo Sdegno incatenato da Amore, quando si fermò in piazza Navona d’avanti il palazzo di D. Francesco De Sosa ministro di Portogallo, mentre i recitanti stavano facendo la funtione furono tirati sul palco diversi sassi non senza pericolo di qualche tumulto».

Si seppe poi che il carro era stato fatto a spese dell’ambasciatore del Portogallo, come ci fa sapere l’Ademollo (nel suo La questione dell’indipendenza portoghese a Roina, Firenze, 1878) per far dispetto agli spagnoli, i quali a loro volta si vendicarono deridendo la opera e addirittura trascendendo con lanci di sassi divelti da un muricciuolo che era lì accanto.  In quest’anno purtroppo ci fu una pestilenza, ed appena questa fu terIninata si fece una mascherata straordinaria diretta dal Cavalier Bernini per la quale il famoso architetto disegnò i carri del principe Chigi, rappresentanti la Fama, le Virtù, le Arti Liberali con i marchesi Patrizi, il conte Gaddo d’Elci, Paolo Francesco Falconieri e Filippo Acciaioli.  Vi furono inoltre le mascherate di Maria Mancini, sposa del Contestabile Colonna, ex amante di Luigi XIV.

In questo periodo, a sentire i cronisti del tempo, i cardinali, i monsignori e gli abati se la spassavano nei

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giorni di Carnevale: non che per tutto il resto dell’anno on se la spassassero lo stesso.  Questo è quanto ci ha

n                                                                                       1

tramandato Ferdinando Raggi nei suoi Avvisi manoscritti.

Sia con Alessandro VII I, che si disse morto nella esecrazione del popolo, e poi col buon Clemente IX il Carnevale fu molto figurato.  Il Rospigliosi, ovvero papa Clemente, era « gran cortigiano con le principesse e dame, gran regolatore » e molto amico delle signore ,che dimostravano veramente di possedere delle virtù: desiderava giustamente che il popolo si divertisse, ma non riusciva a tenere a freno il clero, per lo meno quella parte di esso che dimenticava i doveri del proprio stato.  Nel 1667 l’ambasciatore di S.M. di Spagna faceva recitare delle commedie ed in questa occasione il Bernini ,era stato invitato a preparare appunto una commedia « curiosa, capricciosa e di nuova et impensata invenzione».  Al lavoro si aggiungeva la mascherata e così in quello anno si rappresentò La Baldassarra comica convertita, composizione di papa Rospigliosi per la poesia unita a « buona musica, buoni recitanti, ricca di abiti, apparenze belle et vaghe ». Gli scenari del Bernini furono « curiosi et capricciosi » per le macchine, ingegnosi mutamenti e :sorprese che furono tutti originali del Bernini come era desiderio del papa.  L’opera ebbe gran successo ed il cronista teatrale-mondano ci racconta che le scene era-

38 Fabio Chigi, nunzio a Colonia nel 1639 e poi Segretario di :Stato di Innocenzo X. Eletto Papa, dopo la morte di Mazzarino si inimicò Luigi XIV, tanto che fu scacciato il Nunzio da Parigi ,e richiamato l’ambasciatore francese a Roma, l’altezzoso duca di Crequi. 1 francesi occuparono il contado venosino ed il Papa fu costretto ad accettare, a Pisa nel 1664, una pace umiliante che fra le varie clausole annoverava l’invio di un legato a Parigi per porgere formali scuse al Re.  Nel 1665, però, con il Formulario ,di sottomissione all’autorità della Chiesa, tutto il clero francese si schierò dalla parte del Papa ed il re dové subire l’umiliazione ,di non poter dare alcun ordine agli ecclesiastici.  La venuta a Roma di Cristina di Svezia, figlia di Gustavo II Adolfo, diede lustro alla corte papale che aumentò di prestigio di fronte alle altre corti europee.  P- merito di questo papa la mirabile opera rappresentata dal colonnato del Bernini in piazza San Pietro. 39 Giulio Rospigliosi, fu di idee liberali e venne in aiuto ai veneziani nella guerra di Candia (1667-1669).

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no di tale verismo che una « zitella» francese che era al servizio di donna Caterina Bancheri, nipote del papa, scappò dopo il rinfresco « scalando una finestra » e se ne fuggì in... romitaggio in Castelnuovo, ove poi fu scoperta « vestita da huomo, infervorata di farsi romita ad imitazione di santa Baldassarra ».

Ritornando all’opera rappresentata, il Bernini si divertì a mettere in scena alcune caricature di personaggi della Roma-bene di quel tempo, tra i quali il più grande amico del papa, «il marchese Bisci, ben raffigurato con un’enorme pancia che sembrava proprio una gran tina ». A questa rappresentazione, che chiameremmo storica, per la popolarità dell’Autore, intervenne tutto il patriziato, cardinali, prelati, ambasciatori e belle dame tra le quali va ricordata Maria Mancini, moglie del contestabile Colonna che, molto brillante e sempre desiderosa di... sentirsi ammirata portava seco un codazzo di giovani di belle speranze che offrivano la loro schiena per « far asidere la signora con alli suoi piedi circa cinque giovani, tutti di primo pelo».  Tra i suoi spasimanti primeggiavano i due Foscarini 1 ed il veneziano Cornaro “ che se la &passavano oltre che con la bella consorte del Contestabile, con la sua inseparabile amica Cristina Palcotti. A fine spettacolo questi giovani accompagnarono le due dame dal gioielliere Moretto, che offri « diversità di gioie di ogni prezzo; Cristina lodava hora l’una hora l’altra: questa è bella, questa mi piace; ma niuno delli amanti Calò al chiuffolo ». E dopo si finì tutti in casa della Colonna ove erano in attesa altre magnifiche dame il cui solo desiderio era quello di terminare il Carnevale tra la braccia di qualche giovane aitante che le distraesse noia maturata - ahimè - da tanto tempo.  A casa ‘Colonna si stava, come si diceva, alla francese, quindi in Molta libertà, e fra i giuochi di società che si facevano...

 

40 Dei quali Antonio, ambasciatore della Serenissima repubblica a Roma, fu assassinato per tradimento.  Risultò poi innocente e la sua tragedia fu eternata in un lavoro teatrale di G. B. Niccolini.

41 Ar)partenente a famiglia patrizia che ebbe quattro doni, Marco, Cyiovanni, Francesco e Giovanni 11, e tre Cardinali.

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prima dell’orgia carnevalesca, vi era quello della « cattacicca » gioco molto desiderato « sia dalli homini che dalle femine, perché vi era gran comodità da toccamenti, perché si riconosce la persona, o sia donna o sia huomo a’ toccamenti sedendo in seno, cioè sulle ginocchia ».

Per la prima domenica di Carnevale, sempre a casa colonna si rappresentò una commedia intitolata Il Reboè ovvero Il Re beve e dopo ci fu un ballo e «si fecero giuochi di comandare, commedia di burattini, con suoni di tamburi, trombette e viole, violini et altri strumenti che stordirono l’aria ». Credo che veramente dovettero stordire non solo l’aria, ma principalmente le... dame se si pensa che fra i « giuochi di comandare » vi furono quelli che intimavano « alli homini di scegliersi la femina più acconcia» da potersi... intrattenere, e « non solo questo si fece, ma alcune dame non vedendosi scelte, costrinsero coloro che a loro piacevano, di... spogliarsi e dare spettacolo... delle « loro meravigliose sembianze personali ». In questi « carnasciali » antesignani della « dolce vita » di Fellini si distinguevano anche i veglioni di Pippo Acciajoli con « vaghissima musica » e con l’intervento di badesse e monacelle di nobil casata che si divertivano un mondo.  Senza entrare in un campo cosi... spinto si racconta che la principessa di Rossano andasse al Convento di Campo di Marzo e provvedesse durante il Carnevale a portare lì un teatro di burattini «per lo spasso e la delitia » delle monacelle.

Vi era poi il Teatro pubblico a Tordinona; il popolo riusciva a divertirsi, mentre i nobili vi andavano «più per vedere le allegrie, girandole, mangiamenti et altro che si fanno nei palchetti per causa della marchesa Paleotti » la graziosa e vulcanica amica della contestabilessa.  Non dimentichiamo poi il divertimento delle mascherate, costituite da carri dei quali uno « era preceduto con bella ordinanza e pompa da mascherati a piedi e sopra i cavalli riccamenti vestiti, tirati da dodici cavalli a quattro per quattro, rappresentante il Monte Vesuvio, che mandava fuori dalla sua voragine fumo e fuoco, et invece di pumici, quantità di confetture, stando a piedi di esso cinque bellissime ninfe, che gettavano varietà di fiori di

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seta».  Vi erano luminarie costituite da numerose torce che permettevano al popolo di poter assistere a queste mascherate; ed infatti vi erano anche il carro del Contestabile tirato da quattro cavalli sul quale prendevano posto la contessa Stella, M.me Arnolfina, il Contestabile il conte Campora, e la bella Cristina che gettava graziosamente confetti multicolori alla gente che era in !strada a godersi questa sfilata.  Il carro raffigurava « li pianeti per ordine con le loro imprese », e la bella Cristina coperta di pochi veli, voleva rappresentare Venere.  Un Pasquarello, volle così farle sapere: «Cristina mia, dicono che non sta bene che una dama vada scoperta, nobile al par tuo.  Ho risposto per Te: che ti servirebbe essere la bella Venere se fossi coperta?».  Un altro carro, del marchese Costaguti, il quale era solo da qualche mese convolato a nozze con la duchessina Strozzi raffigurava: « con vago lavoro, et apparato di confettura e piante di pomi canditi, una confettiera con li suoi operari, che gittavano in grandissima copia confetti e pomi canditi al popolo, et a’ cardinali, et a dame; quanti erano per ringhiera e per finestra altrettante canestre inargentate mandavano ».

La venuta a Roma della dinamica Regina di Svezia e della duchessa Mazzarino che poi era la sorella della Colonna, entrambe senza mariti e desiderose di divertirsi, aumentò il numero delle nobili signore che si davano da fare per organizzare sfarzosi cortei carnevaleschi.  Cristina Paleotti si era ritirata a Bologna con una pietora di giovinastri che a sue spese a turno le tenevano compagnia, ma la Regina pensava a dar vita al Carnevale del patriziato romano.  Un giorno si riunirono con Sua Maestà, la Mazzarino, la Contestabilessa, la principessa Chigi, l’Arnolfini, la Diodati, la contessa Stella accompagnata da ben cinque baldi giovani cavalieri «alcuni dei quali francesi di bello aspetto » ed alcuni cardinali ed organizzarono la festa del Carnevale per la domenica, iniziando con il canto della Lulla, che nel secolo XVII andava per la maggiore, ed un concerto di vioIoni.  Ciascuno, sceltasi una dama, iniziava a fare la corrente, un salterello durante il quale i ballerini si abbrac-

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ciavano molto strettamente, tanto che si raccontava che capitava si staccassero i bottoncini dei « corsetti ». Si faceva poi il giuoco chiamato « Non mi piace questa compagnia » che consisteva nel prendersi il cavaliere dell’amica e raccontare un po’ tutto quanto si sapeva di lui; -ì finiva poi per fare la « cattacieca », una specie di moscacicca « durante la quale si tastava e si palpava » avendo altresì « la comodità quello che ha gli occhi bendati di prendersi le sue soddisfazioni », e per tale giuoco il maligno cronista diceva « che le dame cercavano di alleggerirsi prima di indumenti intimi inutili allo scopo di poter alfin sentire quelle sensazioni che esse desideravano da tempo ». E così, se si era con la mascherina o col domino, si cercava di riconoscere uomini o donne « al tatto da per tutto d’alto e da basso, et in faccia ancora, significando che sia huomini che le femine dovevano farsi palpare e toccare senza parole che potessero far riconoscere la propria persona ».

Altri ricevimenti famosi in quegli anni furono quelli del duca di Bracciano, in uno dei quali fu rappresentata la Maria Vittoria del canonico de’ Massimi, quelli del convento di San Marcello ‘ dei frati Serviti, dove si rappresentava La caduta di Seiano di Niccolò Minato e di Antonio Sartorio; uno in casa di un negoziante in pesci, tale Panziero 4, ove si recò anche la nobiltà, come la principessa Savelli con l’ambasciatore di Spagna e qualche cardinale.  Dall’Acciajoli, ove erano state eseguite musiche del Rospigliosi, andò una sera anche la Regina di Svezia, « onorata da ben ventisei cardinali ». Piacque molto un nano « miracoloso nel cantare e nel recitare, ottimo in guidare una commedia ». Al palazzo della Regina si recitò invece Le gelosie di Scaramuccia e dopo la rappresentazione ci fu un banchetto per ben quattrocento invitati con ballo e doppie orchestre.  Poi davanti al Palazzo vi furono grandi mascherate alle quali intervenne anche il cardinale Farnese, tanto che tra le cause che gli avrebbero impedito nell’ultimo conclave di salire al

42 Nell’omonima piazzetta al corso Umberto.

43 Nei pressi di via Santo Stefano del Cacco.

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pontificato gli si rinfacciò appunto che invece di divertirsi avrebbe fatto meglio a convertire alla Santa Religione la regina Cristina.  In verità quest’ultima non doveva essere facilmente recuperabile; si sa che portava spesso abiti virili, tanto che i soliti maligni la consideravano... «ambivalente » ‘. Ci consta che una sera di Carnevale, così vestita, Cristina di Svezia si presentò ad una festa e a metà serata « non si peritò di lasciar cadere con disinvoltura il guarnello » restando ovviamente « in calzoncini vestita da huomo », cosa che a quell’epoca era scandalosa al massimo!  Davanti al suo palazzo, come abbiamo detto, forse in suo onore vi fu « la giostra all’anello e al Saracino » nella quale apparve la Contestabilessa « vestita da Clorinda armata in maschera a cavallo, servita da ventiquattro cavalieri vestiti alla turca con turbanti, tamburi e trombette avanti, ed il suo gran Bassà con staffieri intorno ».

Questa mascherata carnevalesca fu fatta per far diVertire le belle dame del patriziato ed il popolino salace lanciò un madrigale:

D’obliato decoro

Questo ammanto gzíerrier non dia sos etto

 

p

Ché so virile aspetto.

Intatto d’onestà serbo il tesoro:

Quante in ogni confine

Son Penelope al volto, e al cor son Frine.

 

E così i signori «cavalieri » erano serviti!

In questo periodo invalse l’uso di giustiziare, a mo’ di spettacolo, nei giorni di Carnevale a Piazza Navona o a Campo de’ Fiori i malcapitati «delinquenti carnevaleschi ». Racconta Giacinto Gigli che quattro di code&ti... malfattori, tra cui il figlio del conte Soderini’, fu-

 

44 Negli Orti Farnesiani della bella villa sul Palatino costruita da Pier Luigi Farnese, figlio di Paolo III, dovevano avvenire Molti episodi... che oggi farebbero buona cronaca sulle pagine dei rotocalchi!

41 Appartenente a nobile famiglia fiorentina.  TI bisnonno Pie-

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rono giustiziati nel primo lunedì di Carnevale del 165,1 perché rei di aver lanciato dei gatti morti sulle carrozze che sfilavano lungo il Corso!

Nel 1663 sotto Papa Alessandro il Carnevale fu più mite e meno chiassoso anche perché questo papa non amava l’eccessiva baldoria: ci furono alcune mascherate rappresentanti la favola di Castore e Polluce, e piacque molto questo madrigale, che fu distribuito a tutte le dame del patriziato:

Questi d’amore e fe’ divini lampi

Figli d’eterno cigno

Van con genio benigno

Seminando dì gioia i Latij campi;

Son la gemina luce

Di Castore e Polluce,

Che con accese voglie

Ascosi in queste spoglie

Lasciár dell’Etra i luminosi chiostri

Sol per ardere, o belle, agli occhi vostri.

 

Intanto le Corse degli Ebrei avevano assunto un carattere sempre più netto di antisemitismo; alla fine del secolo XVI i malcapitati venivano fatti correre dopo averli ben nutriti perché fossero più lenti e pesanti e si potesse schernirli con maggiore efficacia.  Se poi era una giornata di freddo intenso e di pioggia la folla sì divertiva a tirare fango, sassi e talvolta anche legnate sui poveri giudei, tanto che il Belli ci diceva:

E sta cursa, abbellita de sto pisto

L’inventò un Papa in memoria e in          onore

De la fiagellazion de Gesù Cristo.

 

I Papi cercavano di frenare queste cattiverie del popolo durante la corsa degli Ebrei, ma nel secolo XVII

 

tro, infatti, Gonfaloniere della Repubblica di Firenze, era stato assertore dei principi del Machiavelli ed aveva istituita la Miliz’

Nazionale.                                                         ia

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la corsa dei bipedi andò diventando sempre più barbara perché addirittura si pensò di farla fare solo ai gobbi ed al deformi sulla via Giulia ed un Avviso del 1633 ci fa appunto sapere che: « per la varietà delle loro gobbe&che schiene, vi concorse molto popolo e nobili in carodo che appena capeva in quella contrada, olrozza in m

tre che tutte le finestre delle case e palazzi erano piene

di            persone ».

arrivare alla seconda metà del secolo, quanBisogna

do giunse alla cattedra di Pietro un pio e caritatevole pontefice, Clemente IX, perchè con Breve del 28 gennaio 1668, venisse abolita la Corsa degli Ebrei.  Alcuni cronisti sostengono che fu questo papa che nel riscattare gli ebrei da questa ignobile servitù impose loro il pagamento di trecento scudi l’anno che andavano a formare i premi per i palii delle corse dei cavalli.  Inoltre gli ebrei dovevano recarsi al Senato ad offrire « umile obbedienza, ed esserne ricevuti in grazia ». Il Rabbino si inginocchiava sulle scale del trono del senatore anziano, ed attendeva « un calcio » dal senatore, forse... in compensazione del bacio al piede del Papa che doveva dare

il senatore!

Morto Clemente IX si ricominciò a schernire gli ebrei durante il Carnevale e quelli che dettero l’avvio alla recrudescenza di questo barbaro uso furono i pescivendoli; ogni eccesso fu poi definitivamente represso dopo l’avvento al soglio pontificio di Innocenzo XII ‘, che fu molto rigido.  Si racconta che sotto il suo pontificato, in occasione del passaggio delle carrozze per il Corso, il figlio del duca Salviati ebbe uno scontro con un ministro di Corte che gli avea intimato di mettersi in fila.  Tale incidente doveva causare carcere immediato al reo che, però, essendo preceduto da duecento gendarmi,

 

passò prima per il suo palazzo alla Lungara,               e come

Fu acerrimo avversario di ogni specie di nepotismo e ribadì la sua volontà nella Bolla Romanum decet Pontificem che proibiva ai Vescovi o prelati di concedere onorificenze o ricchez-

ze            della Chiesa ai propri parenti.  Acconsentì alla pace richiesta

 

 

 

 

da            Luigi XIV con la Chiesa, ma nel 1699 condannò le Massime

                di                Fénelon.

 

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fu e come non fu... « se la squagliò ». Alla fine fu p il gendarine che non lo aveva arrestato subito dando così agio... al suo comandante di permettere al reo di passare prima per il suo palazzo!

Sul principio del ‘700 fu organizzata una « carnevalata giudaica », triste esempio di barbarie, alla presenza della regina Carolina di Polonia che assisteva dai balconi del Palazzo Chigi.  Con la compiacenza dei Cardinali Archien, Delfino e Grimani sfilarono dei carri sui quali si rappresentavano delle scene chiamate Giudiate che furono purtroppo ripetute anche nei teatri.  Questa carne valata che non era altro che uno scherno feroce contro gli ebrei, fu ripetuta ancora nel 1709 con proporzioni talmente sconvenienti che come può leggersi nel Diario di Francesco Valesio, ebbe culmine in quel carro chiamato Casaccia ove si metteva in ridicolo persino la sepoltura dei morti da parte degli ebrei.  Il Santo Uffizio ed il Cardinale Vicario proibirono subito tale mascherata, ma avendo il principe ereditario di Polonia Alessandro espresso il desiderio di vederla, fu portata privatamente ed in forma semplice nel giardino del palazzo abitato dalla regina di Polonia alla Trinità dei Monti.  Lo spettacolo fu poi eliminato, ma fu permessa però la partecipazione dei giudei alla corsa dei quadrupedi per la conquista dei palii, compiacendosi i romani a schernirli ed offenderli durante il percorso della gara.

Ancora nel 1709 vi fu una gran mascherata, organizzata dal principe di Belmonte, costituita da numerosi carri costruiti a forma di barche e con lancio di confetti e fiori offerti da don Alessandro Albani e dai Capranica; ma la folla fu tanto impertinente ed irrequieta che, per le oscenità che partivano da alcuni giovani pescivendoli che erano sui carri, polizia e dragoni furono costretti ad eseguire numerosi arresti nella piazza del Popolo, in piazza Colonna ed in piazza San Marco.  Organizzatori di tale mascherata furono il principe Alessandro Sobieski di Polonia ed il Contestabile Colonna.  Vi furono inoltre dei carri che rappresentavano Il Trionfo della bellezza scortati da cavalieri e cavalli e seguiti poi da illustri e nobili cittadini come il principe Colonna di Car-

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bognano, il conte Bolognetti, il marchese Bongiovanni, il cavaliere Genovese Angelo Gavotti e donn’Antonio Colonna che seguiva un carro trionfale tirato da quattro cavalli bigi sul quale la duchessa di Segni e la contessa Cesarini rappresentavano la bellezza ed il valore: l’aritocrazia si mascherava con ricche vesti di broccato in e

oro ed in argento ed opulenti cappelli carichi di piume e di gioie.

Nel 1711 alcuni pescivendoli trasteverini organizzarono « una mascherata di cento ebrei sopra gli asini con un rabino sopra un cavallo a rovescio con la coda in 1 libro della legge in un’altra ». La polizia ponMano e co

tificia fece passare questa mascherata nonostante i ricorsi sporti alla Cancelleria da alcuni ebrei e da parte della popolazione.  Nel primo sabato di Carnevale si volle piantare la forca per i giustiziandi in Piazza del Popolo ed Il boia ed i suoi aiutanti si mascherarono; così a Piazza Navona vi era lo spettacolo del cavalletto, reso coreofico da una illuminazione di torce e fiaccole.  Questa china serviva per frustare le prostitute e cortigiane erano state trovate mascherate e poiché le condannate venivan o spogliate delle loro vesti, lo spettacolo costituiva un divertimento ambitissimo.

Nel 1726 le satire e le pasquinate Il contro la nobiltà I compiacenti cardinali non escluso quello Vicario urtarono alla proibizione di mascherarsi nelle vesti di &te ed in domino rosso, che era il colore cardinalizio; I 1735 le cose cambiarono di nuovo, le maschere riiresero, si intende non quelle rappresentanti abati o carInali, e così il principe Lancellotti con l’Accademia di

47 lerano satire di autori ignoti che venivano trovate attac(bte alla statua di mastro Pasquino, ancora esistente nella piazomonima, a sinistra dell’angolo del palazzo Braschi.  Si vuole questo torso mutilo del III sec. a.C. appartenesse ad un nome ente e punto orre anche erano d. del Napoli, 1968).

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Francia poté organizzare una mascherata con travest menti alla cinese, ed il principe Rospigliosi un’altra con staffieri vestiti alla polacca.  La Polonia era di moda, ed il costume polacco fu usato ancora in altre mascherate nel 1738; si usava anche molto travestirsi da marinai inglesi, e da don Pirlone, che in effetti non era altri che il solito abate.  Questa maschera, creata dal Gigli, che aveva scritto anche una commedia di cui era stato il protagonista, voleva rappresentare un canonico di nome Feliciati di Sarteano.  Il don Pirlone recitava una satira, piuttosto sconcia, che si premurava di distribuire alle signore e le invitava:

Alzatevi le gonne o belle e brutte donne e se ci avete sotto un po’ di pizzicor con un buon pizzicotto di queste molle qua, o donne, il pizzicor, vi passerà. Donne correte qua da don Pirlone

per farvi spazzolar le pu ... ne.

C’era una maschera che soleva precedere i cortei, chiamata Corriere del Carnevale, che:

Annunziava per la via gioie, spassi e allegria alle femmine romane

che lo stiman più del      pane.

 

Altre maschere preferite nei travestimenti cominciavano ad essere quella di Pulcinella, Traccagnino, la Vecchiaccia, dalla maschera col naso aquilino ed una lunga camicia da notte, il Facchino, che era la maschera milanese del giocatore di mora, l’Aquilano, maschera abruzzese, e Cola, che rappresentava un uomo semplice, in età piuttosto avanzata, ma ancora desideroso... di amore, e la maschera del Conte, poeta satirico ed improvvisatone.  Quest’ultima maschera con palandrana e code di rondine, parrucca, scarpe con fibbie ed una treccia di aglio

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codino, invitava tutti a casa sua e a tutti promet-

. . . un brodo,

. . .

 

;la filuccia de pane, ‘n’infirzata de grattate stirate, de sbaviii, un chiodo e’ na consolita ‘ndorata: basta a Palazzo che vvienite fiii... Povera gente mia, sete affamata?  Volete aiuto?  Averete consiii!  Avete fame?  Embè, povera gente, è segno de salute, non è gnente.

Si prese l’abitudine di aspettare il Carnevale per duatíziare... i personaggi di riguardo; in altri termini si nevano da parte per le feste questi poveri condannati. ^si nel 1720 per Carnevale fu giustiziato l’abate Volpini nel 1737 il Conte Trivelli, rei di maldicenza e di aver btto stampare foglietti scandalistici contro persone apastenenti al Governo.  Questi macabri spettacoli ebbero ne soltanto nel 1798, epoca in cui il popolo, alla maiCra francese, distrusse i pali per la corda.  Il cronista porta che: « a colpi di scure è stato atterrato in Campo @,2i fiori il trave che serviva pel tormento della corda ».

Il Carnevale era sempre più un periodo di sfrenatezza, tanto da costringere Benedetto XIV ‘ per quanto *ite e comprensivo a promulgare una Enciclica per il @Carnevale, nella quale si doleva di dover « vedere che dal ballo, dal gioco, dalle veglie dell’ultima notte del Car@novale le persone vanno, cogli abiti coi quali si sono ma-

Il bolognese Prospero Lambertini.  Fu un papa fra i più tti e ci rimane di lui un’opera che fa testo per la Chiesa: Bea”-$Mcazione e Canonizzazione dei Santi.  Successo a Clemente XII nél 1740 difese per quanto gli fu possibile i territori dello Stato ]Pontificio dalle varie potenze europee.  Durante la guerra di suc@@&&ione austriaca dové subire il passaggio delle truppe delle nazioni avversarie e l’odio di Maria Teresa d’Austria per aver riconosciuto l’elettore Alberto di Baviera.  Alla morte di Alberto VII questi fu sostituito da Francesco I, consorte di Maria Teresa, che fece pesare gravemente la sua simpatia per le teorie illuministiche.  Nel 1748, dopo la pace di Aquisgrana, gli stati

belligeranti si accanirono ancor più contro il potere temporale

del Papato.

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scherati, alla chiesa a sentire la messa e prendere le c neri ed accostarsi al sacro altare nello stesso modo per ricevere dal sacerdote la sacra polvere con l’intimazione di dover pensare a morire ».

Un’altra costumanza del Carnevale romano che andò poi man mano degenerando fu quella del «moccolo », che consisteva nel portare in mano una candela accesa, mentre si cercava sempre di spegnere quelle degli altri passanti.  Si fingeva di voler riaccendere il proprio per -pegnere quello degli altri, si metteva talvolta il moccolo in cima a lunghi bastoni perché fosse impossibile agli altri spegnere il proprio ed invece più facile arrivare lontano.  Così c’era un gioco continuo di fiammelle che si spegnevano, si accendevano, incrociandosi, alzandosi ed abbassandosi.  Si sentiva dire: «Lo vuole un moccolo?», oppure: « Stia attenta al moccolo » e così successe che un buon cappuccino, che, invece di starsene tranquillo nel suo convento di via Veneto, passava per il Corso, per interessarsi troppo del moccolo di un ragazzino, si trovò... la barba bruciata.  Si cercava di spegnere i moccoli delle ragazze o al contrario poteva essere il modo di attirare l’attenzione di qualche giovanottino.  Ed allora tutti ridevano, e giù incrociarsi di frecciate con chi avesse interesse di attaccar discorso.

Dei ragazzi salivano anche sullo staffone o montatoio delle carrozze per spegnere il moccolo, e dalle finestre si calavano dei panni bagnati che, ben diretti, cer. cavano di spegnere quanti più moccoli fosse possibile.

Gli strofinacci venivano giù anche da qualche severo balcone gentilizio e, se invece di spegnere il moccolo, urtavano i passanti avvenivano le sfide più impensate, spe. cialmente se i contendenti erano di sesso differente e di condizione differente.  Ma i moccoli erano ovviamente di cera e veniva il momento in cui si consumavano e così finiva lo spettacolo.

Tuttavia anche questo scherzo apparentemente innocente finì col degenerare in fomento di risse e nel feb. braio del 1790 il governatore di Roma fu costretto ad emanare un editto per disciplinare l’uso dei... moccoletti: « Quindi per apprestarsi il conveniente riparo vogliamo

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in avvenire resti totalmente prescritta una tal costutanza, e comandiamo perciò che niuna persona di quanque sesso, età, grado e condizione, con maschera o @nza, per le strade tanto a piedi che in carrozza, nelle %*&tre, nei teatri od in qualunque altra maniera o luogo abbilco o privato ardisca fare nell’ultima sera di Car&le illuminazione di sorta alcuna con candele, moc,, lanternoni, fiaccole e con ogni sorta di materiale ,ibustibile, ed in qualsivoglia forma, e molto meno girar per la città urlando, schiamazzando, insultando scendo altra azione relativa alla costumanza suddetta; iunque contravverrà sarà irremissibilmente punito colgalera, colla rilegazione o col carcere per cinque anni condo la qualità delle persone; e quando a fronte dei ozzi adeguati, che disporremo, non riesca di arrestarli I fatto, promettiamo a chi posteriormente li denunirà al nostro tribunale, somministrando li soliti indizi, i premio di scudi 10, da pagarsi sulli beni dei trasgresri medesimi».

Il Pallio col passar del tempo fu corso solo dai cali e le Casate più nobili facevano partecipare i propri malieri, per offrire i Palii conquistati alle loro Cappelle ,i loro Santi.  Così le più grandi famiglie romane, come :oionna, i Barberini, gli Orsini, i Borghese, i Gabrielli, anta Croce, i Cesarini, i Chigi, i Rospigliosi, i Lancele i Corsini fino alla metà del secolo XVIII erano ere tra i vincitori.  A volte, sorgevano incidenti come avvenuto tra i Rospigliosil e i Corsinil: si era nel e a dire del solito cronista del tempo, il Cracas: Lppati due Barberi... dallo Scrocco, prima di darsi il to segno con la Tromba, giunti questi prima degli i alla meta, ed essendo stato di quei due il più proso al segno quello del sig.  Principe D. Camillo Rospi~@si, fu giudicato dal Senato Romano, che ivi assiste 1 suo Tribunale, per tal motivo doverglisi il Palio; coi In effetti gli fu consegnato, e portato in seguito al

0 Antica e nobile famiglia romana con patriziato nella Veda a Genova, a Pistoia ed a Zagarolo. si Storica famiglia fiorentina con patriziato a Roma, a Fia Venezia, a Ferrara ed a Genova.

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Palazzo di S.E. vicino a S.M.M. ove si fecero pe quella sera dimostrazioni di allegrezza.  In proseguimento poi della Corsa degli altri Barberi, usciti al segno della Tromba, e necessarie cautele, fattesi però può dirsi nello stesso tempo, poiché pochissimo divario fu tra gli uni e gli altri, giunse il primo alla meta destinata quello del sig. duca Corsini; con che in conseguenza ne restò vin. citore.  Onde è che il Senato Romano ha stimato bene di mandare un altro Palio consimile a quello già dato al sig. duca Rospigliosi, al sig. duca Corsini.  Il che segui lunedì passato, facendolo partire dal Palazzo Senatorio in pubblica forma, ed accompagnato colle Trombe, e da’ Fedeli del Campidoglio, in livrea del Senato, portatisi colà a riceverlo i Barbareschi, e cavalcature della Casa Corsini, con lo stesso Barbero vincitore.  E così andati al Palazzo alla Lungara”, dopo alquanto d’allegria, fatta da’ benaffetti del sig.  Duca, fu dal medesimo mandato in dono alla Chiesa di S.Gio. della Malva sua Parrocchia».

Anche il Goethe, nel 1788, ci parla della corsa trattando del Carnevale romano.  Egli dice: « La corda che chiude la piazza del Popolo dalla parte del Corso si ab. bassa ed i cavalli si slanciano nella strada.  Sul principio lo spazio è largo abbastanza per permettere la gara fra loro, ma subito dopo si trovano chiusi fra due file di car. rozze, e gli sforzi per passare avanti l’uno all’altro sono difficili, pericolosi, e non riescono quasi mai, perché mentre i primi entrati nel Corso continuano la strada con sempre crescente ardore, gli altri rimasti indietro che cercano di raggiungerli, si urtano, si attraversano, si

51 Questo storico e magnifico palazzo fu rifatto da Ferdinando Fuga nel 1732 su una primitiva costruzione che risaliva al sec.  XV ed era stata eretta per volontà del cardinale Domenico Riario, nipote di Sisto IV.  Nel sec.  XVII Cristina di Svezia vi fondò l’Arcadia.  Nel 1797 vi abitò Giuseppe Bonaparte, poi il ge. nerale Duphot, amico di Paolina Bonaparte che fu ucciso nel pressi del palazzo in una sommossa popolare che dette il via all’occupazione di Roma da parte delle truppe del generale Ber. thier, alla cacciata di Pio VI ed alla proclamazione della Repubblica Romana.  P- un palazzo che ha veramente una storial Passato allo stato nel 1884, vi fu installata la Galleria Nazionale di Arte Antica, con opere d’arte che furono donate dalla famiglia Corsini al nuovo stato.

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iocclono reciprocamente.  La corsa, che non ha per lo ottatore neppure la durata di un lampo, è aspettata ?a tutti con ansia, ma nessuno potrebbe dire ciò che ne opera o ciò che ne sente, e questo effimero piacere va unito a grandi pericoli.

Appena i barberi sono arrivati al palazzo Venezia, si fa sparare un piccolo mortaio; lo stesso segnale è tosto ripetuto a metà del Corso ed alla piazza del Popolo; soldati ed i poliziotti si ritirano e la folla gode finallente di una libertà illimitata».

Gli sposini che si trovavano a Roma in viaggio di ozze, venivano invitati a distribuire confetti e fiori alla tte; qualche volta, servendosi di scalette arrivavano 3 al primo piano di qualche palazzetto ed in questo -lodo invalse l’uso di fasciare i «micioni» e buttarli, le finestre, contro le maschere o contro il Gigante, che poi quell’omino che sui trampoli cercava di raggiunre Piazza Venezia ed avere qualche scudo e un po’ di jocchi in premio.  Ebbe a dire il Goethe: «il carnevale mano dell’800 non è una festa data al popolo ma una ìta che il popolo dà a se stesso ».

Si poteva ammirare in Piazza Navona lo spettacolo a folla che per venti centesimi ballava al suono della lca di due orchestre che eseguivano i motivi più faI dell’epoca, come quello del Re Pistacchio.  Facevano pagnia la facciata del Borromini di Sant’Agnese e la ola del Rainaldi col magnifico obelisco e tutti poteo conquistare una bella figliola che era andata lì ap@to con l’intenzione di ballare e divertirsi.

Nel 1808 le truppe francesi del generale Miollis enono in Roma, ed il Segretario di Stato, cardinale ca 52, abolì il Carnevale, ma uscì la Gazzetta Romana l’invito dei francesi a riprendere l’usanza delle feste Carnevale; Pio VII I, offeso di questo « contrordine »,

09 (1756-1844).  Si ricorda di lui un editto chiamato appunto ito Pacca, dcl 1817, che riguardava la vendita degli oggetti allo scopo di evitarne la dispersione.

Barnaba Chiaramonti, nato a Cesena nel 1740.  Concluse Napoleone un Concordato per la salvaguardia della religioullo stato, e io incoronò imperatore a Notre Dame di Parigi dicembre 1804.  Ma l’amicizia fra il papa e l’imperatore durò

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volle far sapere al suo popolo che il suo desideri neva valido a tutti gli effetti, in tutti i suoi Stati.  Cosi quando i dragoni francesi apparvero al Corso e per la piazze e le vie adiacenti con i palii, le strade si spopo. larono, i Palazzi e le botteghe si chiusero e la Corsa dei barberi si effettuò senza concorso di popolo, con scherno e derisione della tracotanza francese che vide il popolo romano fedele ed ossequioso agli ordini del Pontefice.

Agli inizi del secolo XIX, il primo giorno di Carne. vale l'armata pontificia era passata in rassegna nei viali del Pincio dal suo Comandante, generale Zamboni.  Poi i dragoni andavano verso il Corso ed all'altezza della Chiesa di San Carlo si mettevano al trotto, arrivando al galoppo in Piazza Colonna.  Lì, il Comandante scendeva da cavallo, e salutava il popolo a nome di Sua Santità.

Nel 1828 il 28 febbraio mori Leone XII " in pieno Carnevale, ed il Pasquino che non era stato mai troppo tenero con questo pontefice, così commenta l'accaduto:

Tre danni ci facesti Padre Santo:

 

Accettare il papato, viver tanto Morir di Carnevale per esser pianto.

 

L'ultimo giorno di questo Carnevale senza divert' menti, il Pasquino aggiunse:

 

Che il Carneval non siavi

è fatto con ragione

perché lo fecer tutti quando schiattò Leone.

 

Nel 1831 Gregorio XVI " forse temendo i moti rivo. luzionari che già incominciavano a serpeggiare, proibi

 

poco per la tracotanza di Napoleone che annesse alla Francia lo Stato della Chiesa ed imprigionò il Pontefice a Fontainebleau. Nel 1813 Napoleone, sentendosi prossimo alla caduta cercò di,@ accordarsi col Papa, ma non vi riuscì.  Pio VII poté rientrare nel suo Stato nel 1814 ripristinando solo in parte il regime assoluto.' 54 Annibale della Genga, re.-nò dal 1823 al 1829, continuando@ la politica antiliberale del suo predecessore Pio VII.

 

55 Il camaldolese Bartolomeo Cappellari, rigido e severo.  Fu creato da Leone XII Prefetto della Congregazione di Propaganda

 

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:arnevale, ma i congiurati furono scoperti ed arrestati <>&i l'anno dopo si poterono riprendere le feste carne@&che.

Papa Mastai Ferretti, Pio IX, permise dei Carnevali ;lto brillanti, anche se non sfrenati, ed il giorno di Antonio Abate, il 17 gennaio, mentre da una parte Il& città si benedivano gli animali, dall'altra il Cardile Legato di S.S. dava facoltà a coloro che lo volessero mascherarsi anche nelle pubbliche strade.  Ad una gioie sposa il cardinale regalava una maschera e, a dire , Lancellotti I, se la portava nella sua carrozza per far »prendere al popolo che S. M. il Carnevale era... ento In città.

Nel 1850 il Carnevale «benedetto » incominciò a deire, eccezion fatta della fiera in Piazza Navona dove iande musicali permettevano al popolo di ballare e rtirsi alla luce di fiaccole che erano issate su alcune lche.  Poi i « bengala » illuminavano la fontana del nini, Palazzo Braschi " ed il campanile di Sant'Agnese Cominciava fra i giovani la lotta con i confetti di gesso: belle ragazze erano talmente bersagliate che si munirio di una retina per proteggersi dai lanci.

Dopo l'occupazione di Roma da parte delle truppe montesi rimase appena l'abitudine di qualche maschea che andò man mano a finire.  Giuseppe Petrai I, nel

 

 

id eletto Papa volle prendere il nome di Gregorio in ricorGr'3gorio XV che aveva fondato la Congregazione.  Fu intic contro i liberali e non si scompose allorquando il nalamo in Italia incominciò a farsi sentire.  Dové scontrarsi camente con le rivalità franco-austriache tenendo sempre I suoi principi di uomo retto, modesto ma irremovibile. vita interna della Chiesa appoggiò con tutte le sue' -possile missioní in America ed in Australia prodigando aiuti fine.  Fu sua l'idea di fondare il Museo Etrusco ed Egiziauella di ingrandire il Museo Vaticano.  Alla sua morte i? mondo dové riconoscere che la sua opera aveva rafforla Chiesa e la sua autorità.

 

Feste tradizionali.  Ed.  S.E.M., Milano, 1951.

 

Costruito da Cosimo Morelli alla fine del sec.  XVIII su Rimissione dei nipoti di Pio VI in piazza San Pantaleo, ha bel portale con colonne doriche e magnifica balconata lungo ta la facciata.

 

Cfr.  Mascherine.  Ed.  Edoardo Perino, Roma, 1894, pag. 20.

 

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1894 disse: « ... adesso, non c'è più nulla da goder

li ha (i quattrini!) può far la vita medesima, tanto di carneval che di quaresima».

Nel 1860 per la disfatta di Castelfidardo fu scritta da Mario Pepe una delle ultime pasquinate carnevalesche, che fu recitata al Teatro Valletto dal gobbo T coni.  La pasquinata prendeva in giro il governo che av< concesso una medaglia a tutti i soldati e per punizic il teatro fu chiuso per quindici giorni ed il Tacconi restato.  Nel 1870 si pensò ad attrezzare il Teatro Pi teama per i veglioni di Carnevale, e poi nel 1880 il pul> blico passò dal Politeama ad un altro teatro che si chiamava Alhambra ove potevano trovare posto circa ott<> mila persone.  Il Carnevale del 1881 fu famoso per i balli al Quirinale, e per le cene e i pranzi offerti da Ismail Pascià, che era da considerarsi quasi italiano, orgoglioso come era di trovarsi a Roma e di potersi fregiare nella varie cerimonie del Collare dell'Annunziata, che lo rendeva «cugino». di Sua Maestà il Re d'Italia. 1 pranzi diplomatici in quell'anno furono numerosi, e celebre è rimasta nella storia del Carnevale romano una sontuosissima festa data dal principe Naveshima, commendatore dell'Ordine del Sole Nascente, ministro plenìpotenziario presso la Corte Italiana di S. M. Imperiale Moto Hito, Mikado del Giappone.  Vi prese parte la migliore società romana, la cour et la ville, la diplomazia e tutta@ l'aristocrazia « nera ». Faceva gli onori di casa la bar<>nessa Tautpihoeus, nata Sonnino, consorte del Ministro di Baviera, in quanto il principe era scapolo.  Anche a villa Medici ' si festeggiava il Carnevale con ospiti franco> si venuti appositamente per godersi il Carnevale romano.

Alla fine dello scorso secolo si usava anche allestire dei carri che rappresentavano scene rinascimentali della Roma Papale, o figure allegoriche del Tevere e della na, per iniziativa degli studiosi francesi frequentatori

 

 

59 Costruita nel 1544 da Annibale Lippi per desiderio del dinale Ricci dì Montepulciano, passò poi ai Medici, ai Gran di Toscana ed infine alla Francia per la sua Accademia, che vi fu trasferita nel 1803 da palazzo Salviati.

 

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Greco, o il ritorno di una carovana... dalla Mecca, ulta da gentiluomini vestiti alla foggia di Carlo IX, L bastoncini in mano e grangoletta al collo.  Erano di da anche figure e scene orientali forse per il loro sfarche si prestava alle carnevalate con circasse, dromeIri e palmizi, fellahs con otri di acqua, sultani con irtantine, favorite seminude e gran fanfara araba.

Si faceva il Gran Veglione al Costanzi 10 dove accorva una gran processione di gente che partiva da Piazza I Popolo con una fiaccolata che percorreva tutto il reo.  Alla fine del secolo in verità, di veglioni per il mevale ce ne erano tanti che sarebbe impossibile nurarli, come quelli che soleva fare il duca di Fiano, a la Sciarra" al Gianicolo al quale si degnarono di invenire granduchi russi, il Principe Ereditario di Svei e la Principessa Luisa di Prussia che fecero sfoggio lla loro maestria nei balli di allora.  Ma il Carnevale sentiva non soltanto nelle case dei ricchi, ma nelle Azze, nelle vie e in ogni posto, forse anche nelle chiese, e in quei giorni erano quasi deserte.

La Corsa dei Barberi, che si chiamava così per la zza dei cavalli corridori, originari della Barberia (che nel secolo scorso provenivano in realtà dalle nostre @ludi pontine), fu abolita nel 1874 con un decreto del nsiglio Comunale.  Essa rappresentava uno storico rido del carnevale romano « rinascimentale» e fu imrtalata dai migliori pittori ed acquerellisti di Roma, e veneziano Ippolito Caffi.  Ritornando ai cavalli bar1, questi furono inseriti nel gran carnevale di Roma a munificenza della Roma pontificia che aveva la@to al Prelato Governatore la potestà della corsa.  Lo Mo « mossiere » ossia il magistrato che presiedeva « mossa » o partenza delle corse, il notaio Vitti, premdeva che tutti credessero alla provenienza dei cavalli

 

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Cost ggi a . Teatro dell'opera.  Si chiamava, e si chiama ancora, nz,' dal nome dell'albergatore Domenico che lo fece co. luire nel 1880 da Achille Sfondrini.  Il Comune di Roma lo acnel 1959 fu restaurato da Marco Piacentini.

Appartiene al Capo dello Stato, perché donato nel 1930 la proprietaria H. Tower Wurts.  Ha un magnifico parco con lliesima loggia e belvedere.

 

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da oltre mare!  La corsa partiva da Piazza del P doveva arrivare in Piazza Venezia, ove attendevano rivo il Senatore delegato, il Governatore vicecamerlc di Roma e i giudici: chi voleva godersi l'arrivo di qu corsa sfrenata e pericolosa prendeva posto nei pale] che venivano messi nella Piazza.  In media l'intero po corso veniva coperto in due minuti e venti secon@i, Così i focosi destrieri percorrevano l'intero Corso, si quale gli Artiglieri pontifici in grande uniforme form vano cordone per contenere la folla che faceva ressa e tusiasta, per ammirare la corsa.  Inoltre un drappello Dragoni pontifici pochi minuti prima dell'inizio dei corsa faceva il percorso di galoppo, e senza tanti rigue di paurosamente piombava sulla folla che invadeva ah sivamente una parte della strada senza risparmiare, a l'occasione, colpi di sciabola per intimare l'obbedienzi t da notarsi che il Carnevale di Roma iniziava il sabat precedente la domenica di Sessuagesima e terminava martedì seguente la Quinquagesima: tutto ciò non è mo to chiaro, ma il calendario ecclesiastico così si esprimi Le corse erano otto, come otto erano i palii, che cons stevano in varie canne di seta o di altra stoffa che pci devano da alcune aste.  I fedeli del Campidoglio con 1 loro bella livrea, cappello a « marmitta» e fiocco gia e mantello giallo-rosso, li portavano prima in cavalc per la città, preceduti da araldi con trombe, sino al lazzo ove risiedeva il Papa.  Schierati ed in perfetto dine, qui ricevevano la benedizione del buon Gregc XVI.  Questi palii benedetti dal Papa erano ai dalla comunità israelitica, in seguito a quel fai dine di papa Paolo Il che disponeva il pagarr parte degli ebrei di millecentotrenta fiorini d'oro@ fiorini spiccioli non erano un capriccio, ma avevano u significato: volevano far ricordare i trenta danari e ebbe Giuda!  Dopo il pontificato di Papa Gregorio il 1 gamento degli ebrei si aggirò sui seimila scudi.

1 veglioni romani di fine '800 si può dire che coi importanza e grandezza non abbiano avuto pari.  Il p veglione fu organizzato brillantemente nel 1870 nel Politeama dal suo proprietario, tale Vannutelli.  L

 

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jsarto Ideò un divertimento che nessuno conosceva: pasla notte in un teatro senza poltrone, con tutto lo spazio a disposizione per ballare e i palchi per coloro Che volevano divertirsi soltanto a guardare gli altri e possibilmente ridere alle loro spalle.  Andarono tutti in maschera o soltanto con la mascherina ed il domino.  Ilceguirono l'iniziativa i proprietari di altri teatri, e furono ati veglioni all'Alhambra e poi anche al Costanzi.  Pare e l'Alhambra con diciotto veglioni fatti durante il Carnovale di un solo anno, rimborsasse al proprietario la omma che era costato.  L'Alhambra finì con l'apertura @&I Costanzi i cui veglioni rimasero famosi: si ballava, beveva, si mangiava e poi quasi all'alba ci si poteva -appartare nei palchi per... sfruttare il successo di una Conquista.  I giovani andavano al Costanzi possibilmente senza donne « al guinzaglio » nella speranza di trovarne -li e divertirsi, e i meno giovani per allacciare qualche interessante amicizia, molto... più eccitante della tediosa c>nsorte che si era lasciata a casa con la scusa che bisonava fare compagnia a qualche amico ammalato.  In uesti casi ci si cambiava proprio a casa di quell'amico be non solo non era ammalato, ma andava anch'egli veglione, complice e partecipe.  Le maschere che porvano le belle dame facevano morire dalla curiosità di conoscerle, specialmente se si sapeva già da prima che « tale» o la « tal'altra » certamente sarebbe interveita.  Vi era poi il ballo al Circolo degli Artisti in via azionale.

Il Carnevale del 1876 vide, il pomeriggio del martedì rasso », al Corso più di duecentomila persone, forse i di quante ve ne fossero state per la venuta di Vitio Emanuele e Garibaldi.  Il corteo era aperto dai Caieri dell'Allegria che indossavano delle maschere mefiofeliche, dalla Società dei mandolini e chitarre in coume cinese, dalla banda musicale dei vigili in magni'.la uniforme di gala e da varie maschere in costume ncluecentesco.  Seguiva in carrozza cardinalizia e con gli @emmi delle città che avevano dato i natali alle ma[where, il presidente del Comitato organizzatore, marchele Calabrini, e un picchetto di alabardieri a cavallo in

 

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costume medioevale.  Dopo la mascherata vi fu vimento alla Casina dello Spilman al Pincio a cui pi parte anche la famosa famiglia dei Generoni, una a ciazione di arricchiti di bassi natali (quelli che a Na] vengono chiamati « pescecani » o « pezzienti sagliut che di solito facevano camarilla per conto loro, ma chi Carnevale, per le munifiche offerte fatte per finanziare festa, entravano dovunque.  A quell'epoca diceva Goet] «il Carnevale a Roma non è cosa la quale si possa s vere ».

Il sindaco Venturi riprese persino l'abitudine de Corse dei Barberi, e così il panem et circences di feli memoria paolina, con il ritorno di questa corsa tu pagana, fece divertire molti mentre altri si disgustarono per il ripetersi di un'usanza carnevalesca che non aveva nulla di civile.  Vi fu prima la corsa dei quadrupedi lan. ciati da Piazza del Popolo ad una velocità paurosa.  In questa per sei giorni consecutivi fu vincitore sempre un cavallino sauro del Cavalier Stradella che dopo veniva portato in trionfo al suon di tamburi, scortato da due «fedeli del Campidoglio » in magnifici costumi, dei quali uno recava il pallio e l'altro una sacchetto con i denart da offrire in premio al proprietario del cavallo vincitore.  L'ultimo giorno del Carnevale, vi fu, in Piazza del Popolo, una mascherata organizzata dai Canotticri del Tevere, una sfilata fatta dai comici della Compagnia Zuirino mascherati da scimmie del Senegal e da cinesi, e alcuni quadri viventi raffiguranti: il Ritorno dalla caccia alla tigre, un Matrimonio al tempo di Enrico IV, ed il Colore del tempo, rappresentato da un gran cannone della Fab. brica Krapp che era scortato da otto stupende ragazzo, in costume « alla Federica ». Un altro quadro, l'Organo della Stampa, voleva essere una parodia di tutti i giornali di Roma.  Ma la gazzarra maggiore si iniziò dopo la sfilata delle mascherate, quando frotte di « pulcine » e madama Angot diedero l'attacco ai locali ed ai caffè dirigendosi poi in Piazza Navona o al Politeama.  In quest'anno ci furono poi balli dati dall'Ambasciatore di Germania, dal Ministro di Spagna, dal principe di Piombino, dal prin. cìpe Altieri e lo spettacolo della Cremazione del came.

 

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sulla gradinata di Piazza di Spagna o di Trinità dei iti, i veglioni all'Apollo, all'Argentina, al Quirino, e ancora il concerto in Piazza di Spagna, il ballo in chera e un ricevimento al Quirinale per i più piccini rto dal principino di Napoli.

La fiera dei vini preparata allo Sferisterio fu inau&rata dal Principe Umberto; fu una gara tra tutti i roduttori dei vini dei Castelli a presentare il meglio delloro produzione; si disse che in quell'anno ci fu il ti felice, il più manifesto, il più considerevole progresso ill'arte enologica italiana.  Così molti prima di recarsi Piazza Navona o all'Apollo o al Quirino andarono allo cristerio alla fiera per saggiare le varie qualità dei vini ìrti dai produttori.  Tra i carri quelli che piacquero più furono quelli che rappresentavano: l'inverno ideadal Tiratelli, la Primavera dell'Ioria, l'Autunno dello omparini, l'Estate dell'lacovacci, quello delle Sirene, iera degli scultori Ferrari e Cencetti, quello del Trionfo Cristoforo Colombo, opera del pittore Ethienne con la Rtua fatta da Ercole Rosa con decorazioni del Maratti che dopo il Carnevale fu trasformato in un eleganlmo baldacchino giapponese, mentre i pellirosse e i lati spagnoli che erano con Colombo, furono da Dai>s vestiti con autentiche stoffe orientali.  Si volle poi primere la storica corsa dei Barberi, e quel Carnee romano che era nato coi Palii si modernizzò con la sa dei velocipedi.

Nel 1884 le corse dei barberi furono proibite, e per ipre, e fu invece organizzata la cavalcata degli artisti i nel giorno di giovedì grasso iniziava da Piazza del olo sino a Piazza Venezia.  L'ultima fu nel 1890, ma iise l'uso del corteo degli equipaggi tra ì quali è da rdare quello del principe di Piombino.  Si ebbe un i Veglione dell'Associazione della Stampa che fu per >rima volta organizzato da Ruggero Bonghi'12 e poi

 

M Filologo, politico e statista napoletano.  Insegnò all'Unirattà di Torino, dove fondò la Stampa nel 1864, ed a Milano Wo fu direttore de La Perseveranza nel 1868.  Eletto deputato, on5ii ebbe il Dicastero della Pubblica Istruzione..Sue ope-

 

t                                                 critiche

la  oria di Roma, La Rivoluzione francese, lettere

 

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dal principe Colonna nella Sala Dante, al quale fu ospite d'onore la principessa Margherita, accompagnata dalla duchessa Sforza Cesarini e dalla marchesa di Rignano.  Forse con questo ballo alla Sala Dante, si può dire che regalmente sia finito il Carnevale romano.

 

Fu in quest'anno che circolarono questi divertenti versi di un ignoto autore popolaresco:

 

Viva le maschere del bel paese ministri, senatori e deputati, a cui fanno le spese circa trenta milioni di dis erati Balliam, balliam, balliamo, in barba agli strofini e all'esattore... (gli pigli un anticore!)

Balliam, balliam, balliamo!

e se da mane a sera della migragna ci tormenta il male, abbiam delle Colonie in terra nera...

Consoliamoci, e... viva il Carnevale!

 

Nel 1885 vi furono ancora molte mascherate, ricevi. menti, veglioni, balli, fiere e banchetti e la riunione di tutte le maschere italiane.  Venne con la sua Cecca dalla capitale lombarda, Meneghino, che con i suoi duecento anni di vita era sempre giovane ed allegro forse perché raffigurava la maschera il commediografo Carlo _Mari&, Maggi

Meneghino, sempre fedele servo delle belle dame di cui amava reggere lo strascico dei ricchi vestiti di broc>@ cato, era quella sera goloso di fettuccine e risotto, sat rico spietato di monache oziose e non di dame protery come ce le descrisse con penna fresca e vivace il sui compatriota Carlo Porta.  Anche la Cecca, prolifica mc glie di Meneghino si dimostrò golosissima come il ma rito, lasciando ad altri la graziosa figliola che aveva

 

 

sulla letteratura italiana, ed uiìa Vita di Gesù che non piacque molto ai cattolici.

 

Il Letterato, commediografo e Poeta milanese, iniziò una Ietteratura dialettale sotto lo pseudonimo di Meneghino,

 

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Cvuta... a Trastevere; così si vide Rugantino sempre in agnia di Giacometta mentre il piemontese Ice comp

Gianduia era mortificato e solo finché non giunse il verieziano Pantalone dalla bazza bizzarra e dalla « ciacola » gompre pronta che diceva: « Ze megio lassar correr; @l;iassè correr » dimostrandosi in tal modo una maschera erudita in filosofia e molto adatta ai tempi che corrono. La bizantina Bologna aveva inviato a questa specie di congresso il simpatico Balanson con il fido Fasulcin che amava intrattenersi quella sera con il « carretticre de li castelli » che aveva già fin troppo folleggiato al veglione ,,del giorno prima al teatro Costanzi con i suoi stornelli i @quali, purtroppo, non solo avevano scandalizzato le dolci virginee orecchie delle principessine romane, ma aveVano fatto sì che la polizia intervenisse contro il povero impresario del teatro.  Il poeta romanesco Gigi Zanazzo impersonava Rugantino, l'attore Sbodio impersonava Meneghino, il conte Villanova rappresentava Gianduia, l'inDell'Amore il bolognese Balanson e un ignoto attore il famoso Fasulcin, in cui alcuni vollero ravvisare l'ìngegnere Pancaldi.

Gogol nei suoi Racconti di Pietroburgo, a proposito dei Carnevale di Roma" fa dire ad un suo interlocutore: o Questo è un carnevale per bambini.  Io mi ricordo il vero carnevale: quando per tutto il corso non c'era nep@ißtire una carrozza e per tutta la notte le vie erano piene -,@d@ musica... o quanta allegria!... Ma adesso che specie di carnevale è mai questo?... P- una porcheria ».

Nel Carnevale del 1886, oltre ai balli al Quirinale, ve e fu uno molto importante al Circolo Nazionale a beneicio della Cassa Pensioni di Mutuo Soccorso.  Il Circolo, íael Palazzo Wedek in Piazza Colonna che era stato anche 'Casino Militare, aveva una magnifica terrazza, sostenuta colonne della antica Vejo, che per l'occasione si prentò interamente coperta e riscaldata e illuminata da agnifiche torce e da un gran faro elettrico che proiettava la sua luce sulla piazza e la colonna Antonina.  Si incassarono diciassettemila lire e le signore gradirono mol-

 

m Cfr.  Racconti di Pietroburgo.  Milano, 1959, pag. 501.

 

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to l'offerta di un taccuino con annesso un piccolo scicoletto rappresentante in miniatura una rivista ch mata Beneficenza, illustrata dal Serra, da Pascarella, < Bandini, dal Vassallo e dal Paolacci.  A S.M. la Regina offerto uno di questi taccuini con la copertina d'argen In quell'anno il Carnevale fu molto brillante: ve dato un ballo dai principi di Antuni che viene ancora oggi ricordato, con splendidi cotillons e perfetta fusione dei « bianchi » e dei « neri ». I principi ricevevano gli ospiti in un gran salone rosso che era chiamato la sala dell'Atleta per una bellissima statua greca che era al centro e poi nella gran galleria, antico splendore di casa Albani, che era prima appartenuta alla regina Maria Cri. stina che l'aveva data in dote alla figlia principessa dei Drago, madre del principe d'Antuni.  Le sale erano illuminate con lampadari di Murano a riflessi d'oro ed o> ricchite da cortinaggi in damasco; gli invitati potevano entrare anche nel salone detto di Enrico II e n

 

ci salottí rococò e poi si finiva per flirter nel « sancta sanctorum »O nel boudoir esagonale, finemente tapezzato in r Nil e rischiarato da luce di un color rosa molt( gran salone da pranzo era una ricostruzione 01 stile quattrocentesco dell'architetto Giovenale. notare per la loro avvenenza e per le loro toilet del cronista dell'epoca: la principessa del Drago, la pri cipessa di Sirignano, che poi era la madre del

 

la padrox di casa, e la principessa Pia di Savoia, che attiraroi l'attenzione di tutti.  Alle tre si aprirono i cotillons direi dal padrone di casa, e premiati con doni finissimi giati giunti, si disse, con l'Espresso di Parigi, e ebbe un gran cenone.  Alle 8 del mattino, dopo av lato l'intera notte gli ospiti furono introdotti nel di Febo e dagli usci spalancati si videro i due fig del principe d'Antuni su due grossi cani bianchi e e a nonna materna aveva portati la sera prima da Napoli.  Dopo questa scena familiare, la festa finalmente fini, credo con infinito piacere da parte dei padroni di casa.

Nello stesso anno vi furono altresì un secondo ballo a Corte, un ballo all'Ambasciata di Francia, uno in casa Pallavicini, a palazzo Rospigliosi, uno offerto dalla mar.

 

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diesa Lavaggi ed uno in casa Gaetani che nel loro magniilco palazzo dimostrarono di non essere secondi a nes&uno né tanto meno alle famiglie rivali dei Colonna e degli Orsini.  Vi fu poi in quell'anno, sulla scalinata di Trínità dei Monti a Piazza di Spagna, una sfilata di modelle con costumi tipici della Ciociaria, degli Abruzzi e del Napoletano.  Si organizzarono anche i Saturnali etruschi, una gran mascherata ideata dalla Società Mar@ gherita di Corneto Tarquinia, antica lucumonia etrusca. Vi erano i famosi àuguri col « bastone ricurvo », i citaredi, il sacerdote con la gran patèra per le libagioni del sacrifizio a Saturno, le canefore con in testa i vasi sacri, i cavalieri con originali costumi, le baccanti, i satiri, il tacrificatore e poi suoni di tirsi, nacchere, sistri, cetre e doppie tibie.

Saturno arrivò su di un carro con gli otri per le libagioni e fu gran meraviglia che il carro fosse a ruote @piene, con sei aste con pigne di,oro e festoni di pampini e grappoli con due coppie di buoi, ed anche il flamine tu di un tripode di argento.  Una sera intervenne il Re e r l'occasione si organizzò alla svelta una fiera dei vini SCCI Castelli, nell'interno del Palazzo Poli, con il grandioso prospetto della Fontana di Trevi.

Nel 1900 vi fu a Roma l'ultimo carnevale di una certa importanza; non fu dato il ballo a corte, perché

@era anno giu . bilarc,e la Regina Margherita non volle forse

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anche perché casa Savoia aveva preso ai pontefici il pa@lazzo del Quirinale, per tanto tempo loro residenza.  A zquesto proposito la voce popolare vide nell'assassinio di e Umberto la maledizione che si dice gravi su coloro vogliono prendersi i beni della Chiesa.  Furono proianche i concerti, per lo meno quelli non organizzati e Ambasciate Estere, come quello a Palazzo Farnese, -- dell'ambasciatore francese Barrère, che terminò con elegantissimo ricevimento.  L'ambasciatore d'Austria, 1 barone Pasetti, diede un gran ballo con quadriglia di-,retta dal conte Szapary, e si organizzarono veglioni in @quasi tutti i teatri come al Costanzi, all'Eldorado, oltre al solito veglione degli Artisti e quello organizzato dai giornalisti o meglio dal Comitato de' Ranocchiari.  Al

 

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Convegno Estetico si fece una imponente mascherata con l'ambita presenza di autorità civili e militari.

Dopo il regicidio di Monza, il periodo di lutto della corte fu molto lungo, per quanto molti attribuissero for. se malignamente il protrarsi della chiusura delle sale del Quirinale al carattere ostico del nuovo Re piuttosto misantropo, e poco amante di vita mondana.  Per il lutto che colpì il paese, quindi, nel 1901, il Carnevale a Roma passò quasi inosservato ed ancora negli anni successivi, fin quando si inaugurò la Fontana dell'Esedra' con le Najadi del Rutelli, e forse per le scandalose nudità delle procaci statue, Roma si risvegliò dal suo letargo, e si organizzò proprio in quella piazza una mascherata che fu l'ultimo « sprazzo » di vita del Carnevale romano.  Quelli che seguirono fanno parte del necrologio di un Carnevale che oggi non esiste più.

 

65 In piazza dell'Esedra oggi piazza della Repubblica.  La fontana chiamata anche delle Najadi è una enorme vasca circo. lare del 1885 con intorno figure femminili e mostri marini ed al centro un gruppo che rappresenta L'uomo vitíorioso sulle forza brute del 1901.  La piazza è delimitata da un lato da un porticato a semicerchio di G. Koch del 1896 che vuol ricordare la grande esedra delle Terme di Diocleziano.