PICCOLA STORIA DEL CARNEVALE
DI VITTORIO GLEIJESES
ALBERTO MAROTTA EDITORE

CARNEVALE
IN SICILIA
L'Italia meridionale è presente nella Storia del Carnevale italiano con le
feste del Reame di Napoli, poi Regno delle due Sicilie. Il Carnevale siciliano e
quello napoletano, anche se possono essere considerati inferiori, per
magnificenza e studio coreografico, a quello delle città dell'Italia centrale e
settentrionale, avevano però, per essere più schiettamente popolari, un loro
folklore caratteristico che li rendeva altrettanto brillanti e vivi.
IN SICILIA
Nel periodo vicereale Palermo era come Napoli una città brillante e festaiola. Le giostre organizzatevi dal duca di Ossunall' durante il Carnevale superavano per importanza e magnificenza anche quelle di Roma e di Firenze. Anche il popolo partecipava al divertimento generale mettendosi in maschera ed assistendo con infantile entusiasmo agli spettacoli di Pulcinella che veniva da Napoli per incontrarsi con Mastro di Campo (una maschera vestita da vecchio ufficiale) che intratteneva gli spettatori col calascione. Talvolta questa pantomima assumeva un carattere più completo e veniva chiamata il Giuoco del Castello, come in un paesetto chiamato Mezzoiuso dove si erigevano in piazza due palchi, uno accanto all'altro, dei quali uno era più o meno addobbato e decorato da sembrare un palazzo reale mentre l'altro doveva rappresentare la casetta del Mastro di
118 Pietro Teller de Giron, fu Vice Re di Sicilia e poi di Napoli. Per essere
troppo esigente fu inviso al popolo napoletano e, caduto in disgrazia, morì in
carcere nel 1624.
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campo. Si davano convegno nella piazza i " mammicucchiari " mascherati
da vecchie che occupavano uno di questi palchi mentre i Pulcinella occupavano
l'altro seguiti da due " pecurari " che, con i loro campanacci,
cercavano di zittire gli eccessivi entusiasmi degli spettatori.
Si intravedeva poi da lontano il corteo reale che si dirigeva verso il castello,
mentre il Mastro di Campo andava verso il suo palazzetto. A questo punto tutti
sfoderavano le spade ed iniziava un gran mischia: il mastro era innamorato della
regina e faceva di tutto per rapirla fino a dare la scalata al castello con una
lunga scala da assedio. Riuscito finalmente a far prigioniero il re e rapire
l'amata se la portava nel suo palazzetto insieme al re incatenato. Pare che
questa pantomima volesse ricordare l'assaltc> con scale alla fortezza della
bella regina Bianca da parte di messer Bernardo Cabrera.
Facevano parte del folklore carnevalesco siciliano anche il ballo " dei
pidocchiosi " detto anche " l'abballu d'i pirucchiusi e d'i jimmuruti
", il duello dei ]Lazzari mascherati alla spagnola, il duello dei gobbi, e
la " Morte di Nanna e de lu Nannu ", che insieme alla Tubbiana
completavano i festeggiamenti del carnevale siciliano. La Tubbiana non era che
una mascherata costituita da personaggi tipici come la " mamma Cucchiara
", una maschera armata di un gran mestolo, I'" ammucca baddottuli
" ed altre maschere caratteristiche: il turco, lo spagnolo, il barone, da
cui nacque il barone di Carnevale, una maschera che dette origine anche ad una
danza chiamata appunto " 'u baruni ".
C'era una vera invasione di Pulcinella venuti dal... continente che si riunivano
in gruppi girando per le strade e portando le ultime facezie e gli ultimi
scherzi imparati a Napoli, " arronzando " quanto più potevano per
portare qualcosa a fine carnevale nelle loro case. Se ricevevano qualche dono,
ringraziavano in " lingua sicula " con questa strofetta:
Ti vogghiu beni assai particulari,
Si tu cumanni mi vulissi dari,
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Su prontu di sirvirti a futuri, Ammazzaratu mi ittassi a mari.
I " ciuri " o stomelli erano chiamati anche " canzuni di
carnalivari ", e venivano cantati in gruppi in modo da dare una parvenza di
rappresentazione popolare. Infatti non bisogna dimenticare che fu proprio la
Sicilia a dare i natali a quella scuola di poesia popolare poi chiamata appunto
siciliana che ebbe a capo re Federico Il di Svevia e Cielo d'Alcamo "'.
A partire dalla fine del secolo scorso, ed ancora oggi, in alcune città
siciliane si fa per Carnevale una cavalcata, non di nobili cavalieri, ma di
contadini vestiti dei loro costumi caratteristici e seguiti dai loro carretti
più belli e più artistici. Questa sfilata formava uno spettacolo folkloristico
di rara bellezza, movimentato s'intei'ide dal lancio di coriandoli e stelle
filanti, che si è sostituito nel tempo al lancio di arancie ed uova. In altri
centri si usa ancora fare il giuoco dell'Oca e della Papera, per il quale si
riuniscono volatili da cortile, vitelli, giovenche, capretti e maiali che
naturalmente straniti dal chiasso e dalla insolita compagnia corrono e volano
all'impazzata inseguiti dalle maschere. Specialmente nei piccoli centri i "
campieri ", i mandriani o " vistimara ", i fattori o "
annalori ", prendono parte a questa mascherata campestre che termina con il
" gabbu " o beffa, cioè una orazione burlesca con inevitabili doppi
sensi, accompagnata dalla danza del roseo Nannu con la magra e brutta Nanna.
Negli ultimi due giorni di Carnevale, chiamati " del pecorajo ",
compaiono delle maschere chiamate appunto " picurari " vestiti di
pelli di pecora, con campanelli al collo ed armati di randelli. Si organizzano
allora dei balli
19 Poeta della Scuola Siciliana, della quale fu a capo Federico II di Svevia.
Cielo, o Ciullo, come è chiamato, era nato ad Alcamo, paesetto della provincia
di Trapani. P- famosa nella storia della poesia popolaresca quella sua canzone o
contrasto, composta intorno al 1231, Rosa fresca aulentissima in alessandrini
monorimi col primo emistichio sdrucciolo e due endecasillabi a rima baciata.
A
chiamati " lu sonu " al suono di zufoli e di cembali, senza maschera,
e se qualcuno, contravvenendo alla regola, porta la maschera deve ugualmente far
sapere il suo nome attraverso il " bastuneri " che è una specie di
presentatore: si balla così la " ruggera", la " papariana",
il " purpu ", la " capona " e la " fasola " che è
il ballo più entusiasmante, molto simile ad una tarantella sorrentina. Il
martedì grasso vi è poi la cosiddetta " tavulata " alla quale
seggono anche i poverelli dei quali i contadini non si dimenticano mai.
In provincia di Catania vi sono particolari rappresentazioni di farse popolari
che ricordano le atellane e le commedie cinquecentesche: di tali farse la più
famosa è quella chiamata " del fico ", che racconta con versi molto
rozzi e primitivi una lite simbolica tra un fico e due eventuali proprietari.
A Castrogiovanni si fa una sfilata di carri con a capo una maschera chiamata
Mione; a San Fratello ancora rappresentazioni popolari; a Milazzo vige una
curiosa usanza per la quale le donne cercano di... far cadere i loro uomini in
tentazione e vedere così se sono veramente amate: c'è da immaginarsi cosa
succede se il fedifrago tentato tradisce sua moglie con... sua moglie!
A Vicari la Confraternita del Purgatorio gira per il paese ed invita i paesani
alla preghiera prima di rimpinzarsi nel pranzo di Carnevale; vi è poi il canto
popolare delle maschere e specialmente di Nannu che rappresenta il Carnevale
morente, seguito dal testamento, dopo il quale tutti cantano un'antìca canzone
siciliana che dice:
Chianciti, picciutteddi
Pi tutti li vaneddi:
Carnalivari mori,
Chianciti, picciutteddi.
Ed il coro risponde:
Lu Nannu moru
Nun pipita cchiù.
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