Sorry, your browser doesn't support Java(tm).

santaccione@hotmail.com

PICCOLA STORIA DEL CARNEVALE

 DI VITTORIO GLEIJESES

 ALBERTO MAROTTA EDITORE

CARNEVALE IN

PIEMONTE

Il Carnevale a Torino e nel Piemonte in genere esiancora, per quanto in tono molto ridotto.  Certo le rse delle carrozze dalle quali gaie fanciulle distribuio giuggiole o le Mascherate dei personaggi storici no del tutto sconosciuti ai contemporanei ed al rno d’oggi solo qualche nonno le ricorda ancora.  Il iemonte, anche quando raggiunse l’unità sotto i Savoia Torino ne divenne la capitale, non fu mai molto ricco, d tanto meno lo era la sua casa regnante.  Quindi il suo arnevale anche se esisteva, non aveva antichissime traizioni né poteva competere con lo sfarzo e la ricchezza quelli di altre città italiane e ciò spiega perché non e ne sono state tramandate cronache o descrizioni.  Solo inizi del secolo XIX, quando Torino si allineò con rilìano, Roma e Napoli come una delle più fiorenti città f,uropa, il suo carnevale da sporadica iniziativa di sin.i, divenne un insieme organizzato e degno di menne.

D’altra parte, essendo stato il Piemonte tanto a lungo liso in piccoli staterelli, molte città piemontesi hanno iservato int atte le caratteristiche delle proprie tradini carnevalesche, sì che ad Ivrea, a Cuneo, a Biella ed altri centri minori il Carnevale non solo è tuttora ,o, ma conserva un suo caratteristico sapore medie-

@e.

Nella storia del Carnevale torinese rimase memoraquello del 1842, anno in cui fu organizzato un grande o con la partecipazione del Principe Ereditario Vito Emanuele e della sua futura sposa Principessa ria Adelaide, e le luminarie, le cavalcate e i festeggiati non si contarono.  Il torneo ebbe circa 20.000 spettatori che occupavano gradinate e palchi costruiti appo-

sitamente in un anfiteatro eretto in piazza San Carlo: nel recinto ove sorge la statua di Emanuele Filiber-to erano messi in circolo aste, giavellotti e lance a cui montavano la guardia valletti d’arme con i colori e gli stemmi dei loro cavalieri.  Dopo un concerto eseguito da una banda militare un gran silenzio preannunziò l’inizio del torneo: infatti un giovane cavaliere vestito in bleu, il colore di casa Savoia, con mantellina e cappello in ermellino e piume si fece avanti preceduto da un araldo a cavallo per rendere omaggio ai reali sul palco.  Tutta la piazza ebbe un solo evviva per il nobile cavaliere: il duca di Genova, secondogenito del re di Piemonte.

Dopo la cerimonia del saluto quattro squadre di cavalieri si accodarono al giovane duca ed iniziò lo spettacolo con l’avvicendarsi dei cavalieri che davano prova di abilità, coraggio e destrezza nel maneggiare le armi e nel parare i colpi.  Vennero disposti ad eguale distanza quattro dischi che i cavalieri dovevano colpire a gran galoppo.

« I plausi e gli evviva al succedere de’ più arditi e fortunati colpi vanno al cielo, e ridestano la comune allegrezza.  Ed ecco in mano di tutti i cavalieri è posta un’affilata lancia; primo sempre il duca di Genova corre intorno all’arena, e passando sotto quattro verghe, sollevate a distanga eguale, infilza, e via via si porta con l’asta uno degli anelli che da esse discendono; i ventiquattro cavalieri seguono con impeto.

« Indi con pari ardore e con crescente letizia u@iversale si esercita quella nobile gioventù a ferir colle spade, accelerando il correr de’ cavalli, varj simulacri di teste or basse, or alte dal suolo; e poi tragitta a slancio barriere di siepi artificiali, e nello stesso ardire di quel salto dei generosi destrieri drizza i colpi delle spade in altre teste allogate sopra colonnette di legno.  In ultimo, posti via gli arnesi guerreschi e rinvaginate le spade, tutte le quadriglie si presentarono di nuovo e in un tempo nella arena; e colocate a tondo presso l’estrema linea del campo, dieder luogo al duca di Genova che co la sua particolare quadriglia fortnatasi de’ capi delle altre, degli scudieri e dei portatori di stendardo, monstrò quanto

112

fosse valente e franco in ogni più difficile guidar di destrier e in tutte le eleganze che fan bello e lodato l’esercizio della equitazione.  Poi tutte le quadriglie con mirabile accordo si affrontarono e strinsero velocemente insieme, formando quasi una catena, e or s’aggrappavano, or si snodavano in cento diverse maniere... Fra i plausi, fra le grida di giubilo, tornò in sella il giovin duca, e a capo dell’intera fioritissima squadra uscì dall’arena.  Un sì grandioso e raro spettacolo, rinovò le pompe antiche in tutto il massimo splendore della magnificenza ».

Questa descrizione ci è stata tramandata da Ignazio Cantù ‘ a cui ho voluto lasciare la parola per serbare intatto il fascino e l’originalità di questo storico torneo.

Verso il 1850 per Carnevale furono organizzati di nuovo tornei, giostre e rappresentazioni che ricordavano Pietro Micca o l’assedio di Torino.  Parteciparono alle feste anche gli ufficiali di Cavalleria di Pinerolo nelle «gianduieidi», interminabili e chiassose mascherate.  Vi era poi la fiera con ogni ben di Dio, come i biscotti di Cuneo e di Mondovi o di Novara, il vino di Caluso, del Monferrato, i « bicciolani » di Vercelli, il « ratafià » di Adorno, i salami di Alessandria, i « zesti » di Carignano ed il famoso vermouth della bella Torino.  Completava la varietà della fiera Gianduja che offriva caramelle a tutti i personaggi politici.

Questa manifestazione si attuò sino al 1868, e dal popolo che partecipava entusiasticamente alle feste carnevalesche sorse questa strofetta:

Viva ‘1 Carlevè,

 

Abas ‘1 digiun!

Penssròma ai fastidi

Quand n’abbiò pi gnun!

 

A Torino le sale da ballo non si contano, ed è ben nota la passione dei torinesi per questo passatempo: per Carnevale venivano organizzati al teatro Scribe grandi veglioni detti appunto «balli dello Scribe» nei quali gli ar-

 

95 Cfr.  Il Carnevale Italiano.  Vol.  Unico.  Ed.  Pietro e Giuseppe Vallardi, Milano s.d., pagg. 28-29.

113

8

tisti apparivano con costumi e maschere originali.  Agli artisti si unì la nobiltà piemontese e così nel 1866 al Veglione dell’Oca, al Teatro Nazionale, si vide Gianduia impersonato dal Conte di Villanova, Meneghino dall’attore Sbodio, Cecca dal pittore Campi, Rugantino dal poeta zanazzo ed il Capitano Spaventa dallo scultore Calandra.  Con questo ballo, si può dire che sia finito il vero gran carnevale torinese.

Nel 1880 il Carnevale si tenne ancora su con un ballo al Palazzo della Cisterna, su inviti del duca di Aosta, ma forse nessuno si diverti come coloro che in quell’anno andarono a passare l’ultimo di Carnevale al Bogo.  Il Bogo era una società segreta che quell’anno organizzò una divertente mascherata su una specie di nave costruita dal conte di San Martino nella grande Cavallerizza data in regale prestito dal Re.  Questa nave fu armata con cannoni del Regio Arsenale e messa al comando del Commodoro onorevole Chiaves ma i suoi passeggeri erano tutti mascherati da cinesi, giapponesi, turchi, greci, scandinavi e così via.  Alle 24 le rnascherine e i domino calarono, e si riconobbero quindi i Chiaves al gran completo, i di Sambuy, i Valleta, i Pastorìs, i Giacosa.  La festa che era stata organizzata per benefìcenza fruttò ai poveri ben trentamila lire!

Nel 1886 in occasione del Carnevale si trasportò in Piazza Castello9’ la casa di Gianduia o meglio la casa dei contadini di Carianetto, patria di questa maschera detta in dialetto l’ciabot.  La casetta fu subito visitata dal conte di Sambuy, sindaco di Torino, che si trattenne a pranzo con la maschera, impersonata quel giorno dal marchese di Villanova, e con Giromatta che era il Cavaliere Bersannino.  Questa festa era detta del Bogo, mentre quella che si allestiva a Palazzo Carignano ‘ veniva

 

96 Oui sorgeva la porta decumana di Augusta Taurinorum di cui ancora esistono le due torri.  Trasformata in castello nel secolo XIII dai Monferrato, e nel secolo successivo dai Savoia Acàia, fu residenza reale.  Il palazzo che è centrale rispetto alla piazza è chiamato Palazzo Madama, perché vi ebbero dimora le principesse reali (o Madame) Cristina e Giovanna.

97 Vi nacque Carlo Alberto nel 1798, e Vittorio Emanuele II 114

chiamata reale, perché vi partecipavano la famiglia reale e la duchessa d’Aosta, la giovane duchessa di Genova, la principessa Clotilde con il duca di Genova, la principessa Maria Letizia ed il commendatore Desiderato Chiaves, che fu direttore del Fischietto. 1 costumi erano molto originali e ricchissimi; spiccavano tra le magnifiche dame: Stella Giacomelli consorte di Alessandro Sella, in costume da vestale, la contessa Gani da valchiria, le signore Fossati, Martin Montù e Carrù in costume da passeggio inglese, e poi... ussari, appartenenti alla... mano nera, pompieri, balestrieri, ed altri.

A festa già inoltrata davanti all’ara del Bogo comparve Gianduia insieme ad altre maschere tra cui Rugantino, il poeta Gigi Zanazzo, che recitò una lunga poesia in onore del Carnevale piemontese.  In questo stesso anno vi fu un congresso delle Maschere, proprio nell’ultimo giorno di Carnevale con l’intervento di Gianduia che era il già nominato marchese di Villanova, Giacometta impersonata dal signor Bersanino, Capitan Fracassa dallo scultore Calandra, Meneghino dall’attore Sbodio e la moglie Cecca dal pittore Giacomo Campi che recitò anche in francese riscuotendo applausi da tutti i presenti comprese le principesse reali che erano intervenute.  Vi erano inoltre: Pulcinella rappresentato dal pittore napoletano Arrnenise, Rugantino dal poeta Zanazzo, Stenterello, il genovese Marcheixe, Arlecchino, Pantalone e il bolognese Balanson.  Questo « congresso Veglione » fu tenuto al Teatro Regio e, a differenza di altri congressi dove non si conclude mai nulla, qui si concluse molto, non fosse altro che per il buon umore e l’allegria di tutti coloro che vi parteciparono.

A poca distanza da Cuneo vi è un piccolo paese, Castelletto Stura, che vanta un carnevale molto pittoresco.  Si vu ole che il 17 luglio 1539 sbarcassero a Savona dei saraceni con trenta galere: essi chiesero la consegna

nel 1820; vi fu proclamato il Regno d’Italia ed ebbe sede íl primo Parlamento italiano, nel 1861.  La grandiosa facciata principale è opera del Guarini del 1680; la facciata che dà su piazza Carlo Alberto è del Bollati e di G. Ferri del 1871.

115

di dodici fanciulle tra le più belle e di tremila ducati lo sterminio dell’intero paese.  Mentre quein oro pena

sto affare era per concludersi, un contadino che aveva consegnato ben due figlie uccise, con la zappa, il messo saraceno e tutti i cittadini insorsero contro gli invasori.  La causa santa fu vinta ed il capo saraceno, Selim, fu decapitato con la sua stessa scimitarra.

A Carnevale ogni anno questa leggenda viene rinnovata con una interessante e piacevole mascherata: il popolo armato con zappe, rastrelli e badili forma il « reggimento degli spiantati » che fa prigionieri i pirati.  Due palchi ospitano uno il principe di Castelletto, signore del paese, e l’altro il pirata Selim che vorrebbe tornare, anche se sconfitto, dal suo capo Caireddin Barbarossa.  Sfilano in corteo i due « eserciti » mentre si prepara il rancio per le truppe degli invasori e dei difensori, ovvero delle grasse giovenche arrostite allo spiedo oltre a salamini, verdura e frutta.  Si intende che il buon vino piemontese e l’allegria che da quelle parti non mancano mai, completano la mascherata.

Ancora in Piemonte, a Pontivicino Acqui il Carnevale si fa sentire e si festeggia... il venerdì grasso!  Un apposito comitato cittadino raccoglie offerte per preparare un banchetto, a base di frittate e polenta, che viene servito dalle più belle ragazze del paese ad una lunghissima tavolata, che un tempo si dice attraversasse l’intero paesino.  Molti cuochi, o per lo meno volenteroso che si prestano a tale improvvisato mestiere, preparan migliaia di chili di polenta e frittate con oltre duemila uova che vengono poi servite con... contorno di pesce e cipolla.  Un araldo apre la festa, ben si intende quando tutto è pronto... in tavola, e ricchi e poveri, turisti provenienti da Torino, da Alessandria, da Alassio e da tutto il circondario danno l’assalto alle semplici ma gustose portate mentre in piazza due enormi botti di buon Barbera dissetano gli assetati.  Pare che l’origine di questo originale Carnevale risalga alla liberalità di una potente famiglia del posto di nome Del Carretto trasferitasi nel tempo a Napoli.

Anche a Biella il Carnevale è molto sentito e per

116

le strade scorazzano le maschere di Gipin dall’antico costume camaldolese con la sua compagna Catlina ed il noioso figlioletto Gipinot.  Vi è il gran veglione al Teatro Sociale e fuori, nei vari quartieri di Centro, Rovere e Vernato, le Musiche di Caino, come sono chiamate le bande del biellese, suonano a tutto volume dopo aver accompagnato al veglione le maschere.  Qui si mangiano fagioli a più non posso e si elegge addirittura una Regina delle fagiolate nell’antico rione di San Pietro al Circolo Famigliare, dove si conserva la vecchia tradizione di questa bizzarra elezione.  Nel cortile del circolo in dieci enormi calderoni, diversi cuochi con i costumi dell’epoca preparano circa nove quintali di fagioli che vengono ammanniti con salsicce e costate di maiale.  C’è da calcolare che circa diecimila persone il lunedì grasso a Biella si rimpinzano di fagioli e carne di maiale.  Interessanti il martedì grasso sono la sfilata dei carri ed il processo del Babi, cioè di un rospo che viene portato in una gabbia per essere... processato e bruciato.  La sua morte segna la morte del carnevale rappresentata da un gran falò le cui ceneri dopo andranno a ruba perché si dice che siano di buon augurio.

Lo stesso tipo di... fagiolata carnevalesca che si fa a Biella è di rito anche a Montanaro nei pressi di Chiasso.  A Novara vi è il carnevalone con sfilata di carri che fanno corteo al carro « reale » sul quale è assiso Sua Maestà Biscottino V.

A Sampeyre, vicino Saluzzo, si forma un corteo carnevalesco, con originali travestimenti a base di copricapi tipo feluca o mitra, e vestiti con merletti, ricami e coriandoli, oltre agli altri travestimenti normali dal saracino al turco, dall’arlecchino al cavaliere, e così di seguito.  In ultimo vi è lo Stato Maggiore del Carnevale con ufficiali di tutte le epoche ed il Gran Tesoriere.  Seguono i cavalieri a cavallo ed una banda con tamburi, tromboni e grancassa.  Durante la sfilata si perdono le tracce del Gran Tesoriere, che per punizione dovrebbe esser condannato a morte se non lo salvasse l’intercessione di due belle figliole, che gli frutta la grazia e gli applausi di tutti i presenti.

117

A Cuneo vi è una gran mascherata chiamata Frascata alla quale prendono parte un gran numero di belle fanciulle travestite: un Abbà che funge da capoccia, organizza il corteo a cavallo con i suoi gregari.  Incontro a questa viene un’altra mascherata con a capo il marchese di Saluzzo, Ludovico II, riccamente vestito.  Dopo l’incontro dei due cortei l’Abbà tiene un discorsetto a base di facezie terminando con la promessa di un carnevale migliore degli anni scorsi.  Giunge poi la Compagnia dei folli che danno la caccia alle fanciulle da marito, mentre il marchese con la consorte prendono posto su un carro-trono, che sfilerà seguito dagli altri carri preparati nei vari rioni della città.  Questa carnevalata è chiamata frascata perché la sfilata termina appunto sotto le frasche di un ameno pergolato: qui botti di vino generoso attendono gli allegri cultori del Carnevale sicché la frascata finisce in una sbronza generale.

In Val di Susa le maschere cuociono i tortelli e vanno poi ad offrirli nelle case... a pagamento.  Il martedì grasso poi si fa il funerale del Carnevale, un aitante giovane contadino, il più alto che si riesca a trovare, con un tricorno in testa ed una lunga palandrana, in mano lo scettro da re e sul volto una grande maschera, un po’ tragica per la sorte che lo attende.  Armati, attorniati da maschere che hanno nella mano sinistra una zampa di leprotto e nell’altra una gioiosa mascherina, cercano di arrestarlo, ma Tardoc, una maschera « stordita » che cammina a zig-zag, armata di randello, si mette sempre di mezzo e ritarda il corso della giustizia con gran divertimento degli astanti.  Quando pare che non ci sia più scampo per il Carnevale ormai prigioniero degli sgherri, ecco entrare in azione le sue mogli che lo difendono graffiando ed aggredendo gli esecutori con le mani nude, e così Carnevale se la fa franca di nuovo.  Ma non si può sfuggire al fato, ed il povero Carnevale, subìto un regolare processo, è accusato ed alla fine è, condannato a morte.  Sono quasi le 24, ed è bene che il Carnevale muoia!  La giustizia vince, quindi, tra il pianto delle mogli del condannato che sono tante, e Carnevale morto

118

dopo l’esecuzione viene adagiato su una slitta « funebre » ed accompagnato in corteo da tutte le maschere.

Ritengo che il più importante Carnevale del Piemonte sia però quello di Ivrea, che ancora si ripete con grande entusiasmo ed allegria.  Anche questo vuol rappresentare una storia avvenuta che fu causa dell’insurrezione del popolo nel 1194 contro il marchese di Biandrate, fautore di Federico Barbarossa.  Dice la leggenda che il marchese Carlo di Monferrato9’ era un vero tiranno e pretendeva l’osservanza del più degradante degli impegni a cui i sudditi erano tenuti nell’epoca feudale, l’ius primae noctis.  Si racconta appunto che allorquando la verginella Violetta andò in isposa ad un giovane mugnaio chiamato Toniotto, il marchese mandasse i suoi bravi a prenderla perché gliela portassero, ma un prode cavaliere rimasto anonimo (per cui nella mascherata è interamente coperto di una lunga veste nera e cappuccio bianco) la salvò mettendo in fuga i rapitori e lasciandone sul terreno ben quattro trafitti dalla sua spada.  La giovane dunque era salva.  Ma il popolo era stanco di tanti soprusi, e con a capo Violetta ed il giovane marito insorse, armato di forche, zappe e rastrelli, e andando di notte all’assalto del castello.  Le guardie sorprese nel sonno furono sopraffatte dai contadini inferociti e Violetta riuscita ad entrare nella camera da letto del tiranno lo uccise con un coltellaccio di cui era armata: ella stessa però non riuscì a sfuggire all’incendio appiccato dai suoi compagni al castello.

Questa rappresentazione carnevalesca si svolge appunto nello spiazzo del Castellazzo davanti alle rovine di una vecchia fortezza che si dice fosse stata costruita da Arduino per far difendere la città da Arrigo di Germania, passata poi ai marchesi di Monferrato.  Le famiglie facoltose pagano le spese della festa ed i loro figliuoli vengano chiamati «abbà» e investiti di tale sim-

 

98 Famiglia lombarda che ebbe come capostipite Aleramo I che fu creato marchese di Monferrato.  L’ultimo marchese fu Giovanni, al quale nel 1305 successero i Paleologo di Costantinopoli.

119

bolico potere in una cerimonia nella quale viene eletto anche un cancelliere della festa: per il passato vi era la cavalcata delle autorità cittadine sino al Castellazzo ed il podestà con uno storico martello staccava una pietruzza dal rudere e la lanciava verso la Dora dicendo: «E questo sia in sfregio del già marchese di Monferrato».  Sin dal secolo XVIII in ogni rione della cittadina un abbà in costume medievale, armato di una spada con un’arancia nella punta della lama, girava con le altre maschere a ricordare il sacrificio di Violetta, volendo l’arancia rappresentare la testa del tiranno.

Nel secolo XIX il Carnevale si rinnovò con il «libro grasso », un librone diviso in cinque parti, forse perché cinque sono i rioni della cittadina, ed affidato ad un notaio, eletto Gran Cancelliere del Carnevale, perché tenesse conto dello svolgimento della festa e vi mettesse a verbale la cronaca del Carnevale con la proposta di ogni rione della elezione di una mugnaia a ricordo della bella Violetta.  Aristocratiche e popolane venivano prese in esame indiscriminatamente dagli uomini dei cinque rioni, mentre le donne proponevano i signori del Carnevale che, scelti tra il popolo o l’aristocrazia, dovevano comunque essere belli, maschi ed aitanti... Le coppie, precedute da paggi ed alfieri, si recavano alle parrocchie dei cinque rioni, ove trovavano un generale a cavallo che le riceveva con i vari comitati organizzatori delle feste.  Al generale la città veniva affidata negli ultimi tre giorni di Carnevale perché provvedesse a governarla ed a regolare l’andamento delle manifestazioni.

Dopo una fagiolata per i poveri, con la distribuzione di pane e salame e vino si piantano gli « scarli » che si bruceranno il martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale.  Questi « scarli », nome che pare derivi per corruzione dalla parola scara, per chi non lo sappia sono delle pertiche che vengono piantate dalle sposine ed incendiate poi in segno di gioia, in una cerimonia che vorrebbe ricordare la fine del feudalesimo e la conquista della libertà.  Infatti una bandiera con lo stemma della cittadina viene issata sull’uitimo scarlo e brucia seguita con ansia dalle fanciulle perché si dice che quanto più rapi-

120

damente brucerà maggiori possibilità di matrimonio vi saranno per le giovani che assistono.  Dà l’ordine di appiccare il fuoco la Mugnaia, in costume ed armata di una sciabola che poi poggerà sulla testa del generale.

Così, in una battaglia di coriandoli fra strada e finestre, finestre e balconi, termina il Carnevale Ivrea.  In alcuni anni vi è stato anche il lancio delle arance, un po’ più fastidioso di quello dei coriandoli e tutti dovevano premunirsi e difendersi da questa tipica sassaiola di agrumi.