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PICCOLA STORIA DEL CARNEVALE

 DI VITTORIO GLEIJESES

 ALBERTO MAROTTA EDITORE

CARNEVALE

A NAPOLI

Il Carnevale a Napoli, come si sa, comincia il 17 gennaio, ma poiché tale giorno è la festa di Sant'Antonio Abate 12', a Napoli il Carnevale entra coi " cippi " di Sant'Antuono, e su molti di questi falò si vede issata a mo' di bandiera la vecchia maschera di Carnevale con la pipa in bocca che brucia tra il delirio e il baccano degli scugnizzi che le fanno carosello intorno.
Il simbolo infantile del Carnevale per gli "scugnizzi" però è la " Vecchia o' Carnevale ", un pupazzo fatto in casa che rappresenta una vecchia con giovane corpo, con procaci seni ed una grossa gobba sulla quale torreggia un Pulcinella col suo camiciotto bianco e la mascherina nera, e che viene portato in giro per i " bassi " accompagnato dal suono di una grancassa e di uno zufolo. Qualche povero diavolo fabbrica per quattro soldi le " vecchie del Carnevale ", e trova così il modo di guadagnare qualcosa fino al giovedì grasso! Anticamente la plebe apriva i tornei carnevaleschi: i lazzari erano i primi che accompagnati da un vecchio tamburo, da un piffero, mascherati sino all'inverosimile, giravano per le strade ballando e cantando. Le donne si affacciavano dai balconcini e dalle finestre e davano qualche moneta che veniva accettata volentieri da queste maschere improvvisate.
Le prime notizie del Carnevale napoletano ci giungono attraverso l'opera di Giovan Battista del Tufo, nobile napoletano, che riunì nel suo Ritratto o modello delle grandezze, delle letizie e meraviglie della nobilissima città di Napoli, alcune sue composizioni poetiche, dandoci una saporita e viva visione d'insieme della Napoli dei suoi tempi. Il marchese del Tufo, vantando gli usi della sua città, si rivolge ai lettori chiedendo Che direste poi del Carnevale,
quando van quei signor, quei cavalieri,
120 Per maggiorì notizie su questa festa, cfr. Festa, farina e forca, Ed. del Delfino, Napoli, 1969.
121 Ed. Agar, Napoli, 1959, pag. 161.
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sopra tanti destrieri, che par che al corso i piedi habbiano alati, tutti sì riccamente ammascherati: or verdi, or bigi, or gialli, or tutto argento, per tener l'occhio attento di chi l'affligge il cuor con gran tormento?
Onde è il veder divino rompere sopra un facchino con fermo braccio altiero, altiera e bella intrepida alma e fronte, giovane innamorato cavaliere, ciascun tre o quattro lancie insiem congionte, od una o doe disgionte.
Mille vi son che fan le scheggie al cielo gir volando. Altri, più ch'al mezzo il corso del caval quasi scorso, che '1 cor d'amante amata empie di gelo, gitta la lancia in aria, et a lenta briglia: al cader giù dal ciel poi la ripiglia: né meta o segno il cavalier trapassa, ma la rompe, la spezza e la fracassa.
Come si vede si trattava di un Carnevale riservato ai nobili, e più innanzi nella stessa opera del Del Tufo, troviamo un accenno alla quintana, che doveva essere una specie di Giostra del Saraceno, ed al Carosello:
0 ver, come si dice" correre a la sortice, o, con favella più napoletana, correre a la quintana da quei miei cavalier segreti amanti, per due gentil ben profumati guanti, che ognun di vincer brama, pßr dar pregio a la sua bella Dama.
Ogni dì argento, oro e velluto
sarebbe allor veduto
più d'un non conosciuto,


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122 Op. cit., pag. 162.
vago leggiadro e snello giovane al carosello, cui vedreste scolpito nel bel abito altier tutto gentile un fiordeggiante aprile.
Così tra ricche lor gran pennacchiere, cotante primavere,
qui posti i cavalier tutti a cavalli, con suoi girelli a l'abito simile, dietro taburri, bifali, e taballi, si avian là dove è da ferirsi il toro, tutti ben mascherati già gran tempo aspettati
da quei soli divin degli occhi loro.

Quindi come si vede anche a Napoli nel secolo XVI per Carnevale si praticava la caccia al toro, e c'era l'uso come apprendiamo sempre dal nostro marchese, del lancio di uova colorate:
Pien d'anisi, confetti o posticelli:
altri d'acque e profumi,
conforme a' lor costumi.
La Napoli cinquecentesca era la capitale degli Ara-
gonesi, una città ricca e fiorente che vantava una corte
fra le più sfarzose d'Europa e sovrani illuminati. Le

dame e i cavalieri dell'alta aristocrazia napoletana amavano ricevimenti e tornei, ai quali partecipavano in splendidi costumi: nei tornei si ammiravano le magnifiche livree importate da Carlo VIII " con le imprese negli scudi con sopra i motti et disegni d'arme et d'amore che comunemente chiamano imprese ".
Il patriziato napoletano 111 vantava dame la cui fama

123 Il patriziato napoletano ha portato Napoli a meritare quell'appellativo di nobilissima col quale viene chiamata nei testi e nelle guide sin dalla fine del '600. Mentre negli altri stati italiani la nobiltà aveva scarsa influenza nel campo della vita politica ed intellettuale, a partire dalla famosa congiuntura detta " dei Baroni ", la nobiltà napoletana si impose con dignità ed au-
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è passata ai posteri, per bellezza, cultura e per la magnificenza con cui sapevano ricevere nei loro palazzi che nulla avevano da invidiare a quelli della vicina Roma. Basti ricordare donna Margherita d'Avalos d'Aragona, la duchessa Carafa di Bovino, donna Giovanna Pignatelli, donna Violetta di Sangro marchesa di Cerchiara, la principessa di Bisignano della Rovere, la duchessa di Nocera, donna Lucrezia di Cardine principessa di Squillace, la principessa di Avellino, donna Isabella Gesualdo contessa della Saponara, donna Beatrice di Giovara contessa della Rocca, donna Diana del Tufo contessa di Morcone, donna Cornelia Carafa duchessa di Traetto, donna Camilla d'Afflitto.
Le feste del Carnevale nel secolo XVI a Napoli comportavano una spesa di circa 100.000 ducati l'anno e si organizzavano mascherate tanto imponenti che principi e regnanti cercavano di farsi ospitare alla corte aragonese per potersi godere il carnevale in quella città: col passar del tempo il Carnevale cominciò ad esser sentito anche dal popolo, e le livree di ricco broccato in oro si confondevano in quei giorni con le maschere di Coviello, Navettola, Pascariello e Giancola. Purtroppo nel secolo XVII le condizioni della città furono meno floride ed il Carnevale napoletano perse importanza, mentre per la maggiore e sempre più sfrenata partecipazione popolare le feste si convertivano in orge e baccanali.
Il Fuidoro "' nei suoi Giornali ci fa sapere che " per

torevolezza e volle prendere parte al governo della propria città, mitigando l'assolutismo dei sovrani. Ricordiamo inoltre la congiura detta " di Macchia " e la Rivoluzione dei 1799 che por, tò sul patibolo di piazza Mercato il fior fiore della nobiltà napoletana.
114 Innocenzo Fuidoro, alias Vincenzo d'Onofrio. Nato nel 1618 da famiglia procidana, si laureò in Giurisprudenza, ed è passato alla storia della Letteratura per, i suoi Giornali, cronache napoletane, nelle quali si rivelò c-ensore e diarista di eccezione. Lo conferma autore dei Giornali il suo amico Antonio Bulifon, letterato francese napoletanizzato, nel suo Cronicamerone. Il Fuidoro è tornato per breve tempo... alla vita per merito di Max Vajro, nella veste di una rivista di cronache napoletane che appunto da lui prese il nome. La pubblicazione dè Il Fuidoro, purtroppo, ebbe termine iiel 1958.
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carestia di denari, non per volontà di persone otiose et applicate in queste leggerezze ", il Carnevale napoletano non riusciva ad avvicinarsi alla grandiosità di quello romano. E quindi per la " miseria " del popolo e per il disinteresse a concorrere nelle spese per l'allestimento delle feste carnevalesche, " non si fanno mascherate, perché per tutto si piange un carlino e, benché ci sia l'abbondanza, non si può spendere da tutti a comprare per carestia de denari ".
Secondo il Caravita: " I viccré obbligavano i ricchi a spendere e ristorare i poveri della loro miseria distogliendoli dal pensiero delle loro gravezze e gli oziosi nobili, che non si occupavano neppure dei propri averi disprezzando ogni commercio, caduta l'usanza delle giostre e dei tornei, non disdegnarono di partecipare alle feste popolari, segno di liberalità e di magnificenza, in qualche modo proficuo per sollevare l'animo e anche per far dimenticare i donativi alla Corona che si risolvevano in un aggravio d'imposte per il popolo ". Le cronache di questo secolo abbondano di descrizioni particolareggiate delle feste carnevalesche e il Largo di Palazzo "' e via Toledo sia per l'ubicazione del palazzo Reale, Sia perché erano il centro della città divennero il fulcro di tutte le mascherate e delle sfilate di quei carri che poi si ritroveranno nella Piedigrotta.
Mentre nel '500 divertirsi a Carnevale era stata prerogativa dei soli nobili, in questo secolo diventò invece quasi una esclusività del popolo. Le maschere popolari non solo circolavano per le strade, ma davano rappresentazioni all'aperto nelle piazze o si esibivano in canti carnevaleschi dialogati che non erano altro che canovacci di commedie popolari, tramutatisi poi in canzoni come la storia di Zeza. Le Corporazioni delle Arti Suddite, pescivendoli, macellai e via dicendo, presero in mano l'organizzazione del Carnevale e vollero celebrarlo a modo loro, gareggiando con l'aristocrazia in mascherate, purtroppo spesso volgari ed oscene.
Nel seicento napoletano che fu tanto ricco di arte
125 L'attuale imponente piazza del Plebiscito. 157
e di poesia, il 17 gennaio, inizio del carnevale, vi era la sfilata delle quadriglie delle arti, mascherate organizzate appunto dalle corporazioni che progettavano, allestivano e pagavano le spese occorrenti per la preparazione dei carri. Si facevano poi delle quadriglie sotto i palazzi dei nobili o del Viccré per elemosinare manciate di carlini che venivano buttate dai balconi. Ma anche ai viceré piaceva il carnevale e si arrivò a far mascherare i cancellieri, gli scrivani e gli uscieri del tribunale per accontentare il Viceré conte di Castrillo, ed il Reggente della Gran Corte della Vicaria. Questi uscivano in maschera dal cortile di Castel Capuano ed il più bel carro che rappresentava un baccanale con Bacco, ninfe, baccanti e musici che spruzzavano vino rosso sui vestiti di coloro che erano in istrada per godersi il Carnevale era allestito dal personale di Corte.
Molto interessante fu il Carnevale del 1653 perché si pensò di festeggiare con l'occasione l'entrata in Barcellona di don Giovanni d'Austria con una imponente cavalcata alla quale parteciparono anche il Viceré ed il Gran Cancelliere Principe di Avellino. Un cronista ci racconta che il 9 febbraio 1653 "uscì dalle Fosse del grano la seconda mascherata, la quale fu assai più superba della prima. Trenta persone rammentando tutte gente da boschi, vestivano chi da pastori, chi da ninfe, chi da cacciatori et chi da sateri, e portando tutti strumenti musicali nelle mani, cioè violini, chitarre, lire, cetre, tiorbe, tamburrini, fischetti, sampogne e cornetti accompagnavano con la melodia i balli, che per esserno da tanti intrecci mutati, recavano allegrezza indicibile al popolo ", e continua descrivendo un carro trionfale carico di musici vestiti da ninfe e circondato da cacciatori a cavallo e pastori a piedi. Sempre lo stesso cronista ci dice che " per vedere sì superba vista si commosse tutta la città, ed inoltre si mascherano tutti i suggici della città con tutti gli Hortolani che ascesero al numero di tremila.., gran parte delle quali andava a cavallo di vetture e somari, vestiti con varie e ridicole vesti ".
Anche il Carnevale del 1656 fu molto caratteristico per alcuni carri tra i quali primeggiava uno che era
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diviso in due parti: sulla prima aveva preso posto un ricco signore in bellissima carrozza tra due cortigiani, sull'altra lo stesso personaggio in un grazioso boschetto in veste di pastore tra maiali. Un altro carro che ci è stato tramandato dai cronisti dell'epoca, tirato da otto cavalli voleva rappresentare il Sebeto che scaturiva da una montagnola nel mar Tirreno dove nove belle e procaci sirene attiravano l'attenzione di tutti.
Nel 1661 le cose si fecero con maggiore ordine e gli stessi pescatori e... tarallari organizzarono una mascherata " alla turchesca " con ricchi vestiti e gioie prese in prestito dagli orefici che furono ricompensati del disturbo con abbondanti regali in natura. Giunta però davanti a Palazzo Reale la solenne sfilata ruppe in... una battaglia a colpi di pesci e nella Corsa con le vesciche che consisteva nel colpire i passanti " maschi " con queste vesciche gonfie nelle parti basse, sicché purtroppo qualcuno fu costretto a riparare all'ospedale per farsi medicare alla meglio i... danni riportati per tale scherzo poco ortodosso.
Nel carnevale del 1662 vi furono inoltre le sfilate dei carri che furono precedute sempre dal carro trionfale, un carro tirato da " quattro ronzini li più piccoli che si trovavano sopra di esso era assiso Amore con l'arco in mano; 'guidavano il carro due amorini diversamente vestiti dal Cupido assiso, quali erano sopra li medesimi cavalli del Carro, all'intorno ve n'erano sei altri a piedi del medesimo modo vestiti di taffettà color carne come fussero nudi et alati. Esso fu fatto a spese di Troise Gifunese, Consultore della Piazza del Popolo o pur Maestro di Campo delle Quadriglie fu Don Cesare Marignone Cavaliere Spagnuolo e sergente maggiore della militia spagnuola, il quale comparve con li propri suoi di gala senza che spendesse et andò mascherato con otto staffieri ".
Queste mascherate del secolo XVII erano disposte dall'Eletto del Popolo ed erano viste con benevolenza persino dal famoso Cardinale Arcivescovo Ascanio Filomarino che dimostrò il suo gradimento buttando dal balcone principale del palazzo arcivescovile " circa cinque ducati di diverse monete d'argento " sul corteo che si
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era fermato lì sotto in segno di omaggio. Sempre in quell'anno ci fu la corsa dei facchini, ma l'anno seguente soldi per il Carnevale non se ne trovarono poiché, come dice il cronista, " chi aveva un carlino se lo stipa " e così il Carnevale del 1663 passò quasi inosservato: unico spettacolo, la cui idea era forse importata da Roma, fu l'impiccagione di due schiave " matre e figlia perché avevano rubata e ferita a morte la loro padrona ". C'è da chiedersi come è possibile che a Napoli in quel tempo vigesse ancora la schiavitù ma a sentire il Fuidoro non solo sembra che vi fosse, ma addirittura con l'approvazione del cattolicissimo Viceré Spagnolo.
Nel 1664 durante una mascherata un gruppetto di giovani dall'aria tranquilla ed... innocente portava in processione una lunga... asta di legno con alla punta un globo che, avvicinato dove erano donne ai balconi o finestre, scopriva " un membro di legno pittato a colore in grossezza di quello del cavallo godendo questa sporca gente di vedere entrare le donne dalle loro finestre per modestia et essi trionfando della propria sporchezza ". Oltre a questa oscena mascherata ci furono cinque quadriglie costituite da leoni a cavalli, e da draghi a piedi, e quella che fu detta " delli speziali " ove furono contraffatte le maschere dei protomedici viventi come Carlo Pignataro, Innocenzio D'Orso di Melfi e del chirurgo Giacomo Carbonelle.
Ancora in questo secolo vi furono altri spassi carnevaleschi, se così si possono chiamare, come la corsa dei vecchi e i carri con maschere organizzati dalla Schola della Magia della Salamanga che non erano graditi all'Arcivescovo perché sui carri vi erano delle maschere travestite da preti con i loro abiti tradizionali che erano chiamati " lore " con cappelli " piccoli e bassi e i visi celati; sopra di essi era un dossello di carta dipinta o di tela, più sopra un corno e sotto un Castrato ed una Ninfa che dispensavano cartellini ".
Venne poi l'abitudine del saccheggio dei carri che erano addobbati con roba da mangiare, e si cominciarono a fare rappresentazioni nelle case gentilizie, anche perché la miseria cresceva e di soldi per fare mascherate
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o sfilate di carri per un certo tempo non ve ne furono. Forse l'unica triste mascherata consisteva nell'afflusso dei poveri che venivano anche dalla provincia per mendicare qualcosa da mettere da parte per il resto dell'inverno. Fino al 1665 dunque tutta Toledo era brulicante di maschere e di tante " strane pazzie carnevalesche ", ma l'anno seguente il Carnevale fu sospeso per la morte di Filippo IV d'Austria: nel 1667 le feste furono riprese " non solo con le solite allegrezze e dimostrazioni, ma rappresentate con le più belle macchine de' carri che in sì giolivi trionfi veder si potessero ". Molto ammirato fu un carro raffigurante Cerere e l'abbondanza che poi fu interamente saccheggiato dal popolo affamato, perché era pieno di vettovaglie che quindi non arrivarono mai davanti al Palazzo Reale.
Anc e i Carneva e el 1668 vide magni e masc erate " d'hortolani, verdummari, tavernari, e quadriglie di zappatori, sosamellari et cetrangolari " con magnifico carro decorato di " verdeggianti lauri regij et ripieno abbondantemente di tutte le cose comestibili che nelle cetrangolerie si veggono ". Fra queste mascherate ci furono ancora quelle " di tutti gli scopatori ed altri straccioni che sono a ventilare il grano nella Conservatione detta le Fosse del Grano assieme a tutti li fruttaroli, tarallari, vermicellari et alcuni pochi gentiluomini a cavallo... vestiti alla todesca o francese... senza invenzione alcuna ". Nel 1669 per Toledo si videro " Festini Carnevaleschi " costituiti da maschere " di gente nobili e civili, e un magnifico e mastodontico carro formato dai chianchieri, caprettari et pizzaioli " tirato da quattro cavalli, circondato da Pulcinella e ben carico di ogni tipo di cibarie.
Il Carnevale però cominciò a trascendere sempre più, perché oltre agli scherzi piuttosto " pesanti " delle maschere ci si mise anche la gente che dalle finestre si divertiva a buttare sui passanti ogni sorta di porcherie. Prendevano parte alle mascherate pescatori, salumieri, pecorari, macellai, tarallari, fruttivendoli e con questa risma di gente non c'era da stare troppo tranquilli, cosicché la polizia Vicereale dové darsi da fare per cercare di contenere il più possibile il tono degli scherzi carnevale-
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schi. Incominciò l'uso di buttar dalle finestre o addirittura per istrada " acqua fetida " sulle persone che passavano e le mascherate organizzate dal popolino erano " in varie foggie villane et rustiche, a piedi et a cavallo, fra questi assai gente similmente mascherata a piede con varie intenzione sporche "
Nel 1676 il Carnevale si improntò alla derisione del clero e si videro al Largo del Castello due Quadriglie di " mascari " a cavallo con abito di monache benedettine che bersagliavano alcuni preti che lì trovavansi raccolti per una cerimonia; l'anno seguente le feste furono riprese con maggiore entusiasmo e così le mascherate; ma poi un gentiluomo in maschera uccise un soldato, un barone ammazzò un giudice e furono tanti gli assassini che il Viccré conte d'Ognatte fu costretto a sospendere ogni tipo di mascherata anche perché mancò poco che un chierico ammazzasse un prete! La maggior parte degli scherzi villani erano stati portati a Napoli proprio dagli spagnoli, che si divertivano a buttare in faccia alla gente che era per le strade @< arance fradicie, acqua fetida ed ova marce ". Del resto erano le sfrenatezza che si effettuavano nella vicina Roma!
Dopo il Fuidoro, Domenico Conforto 121 continua la cronistoria del Carnevale napoletano della fine del secolo XVII e cioè dal 1680 in poi, e ci racconta che proprio in quell'anno davanti all'antica parrocchia di Tutti i Santi, fu eretto un palco per fare assistere la Viceregina alla baldoria carnevalesca mentre venivano " servite molte spase di dolci, sorbette, et altre acque concie et odorifere ". Si fece anche al Largo di Palazzo una Caccia di Tori che interessò un po' tutti, ma inopinatamente successe quanto non avrebbe dovuto mai succedere per lo meno in nome del senso di pudore che si tentava di conservare alle feste. Qualche burlone dovette tra quei torelli " giovani ed ardenti " infilare a bella posta qualche giovenca e si ebbe quindi uno spettacolo che non era in

121 Per maggiori notizie cfr. Questa è Napoli, F. Fiorentino, Napoli, 1967.
127 Op. cit., cap. Napoli Letteraria.
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programma. Ci fu da morire dal ridere per i giovani, non foss'altro che nel vedere l'imbarazzo misto ad interesse di coloro che fingevano di essere scandalizzati dall'avvenimento, ma lo spettacolo non dovette dispiacere alla Viceregina e alle sue dame anche per " il salto " che fu solo un ben " triste episodio ". Certo che il Viceré fece buttare dal balcone " molte spase di zucchero et sei conche d'argento piene di confetture e cinquecento docati a testa et altri regali minori " a coloro che avevano organizzato la caccia. Subito dopo lo spettacolo e nel Teatrino di Corte fu rappresentato dai Maestri della Cappella Regia un'opera, la cui musica era di un veneziano con la " coreografia scenica " di Aniello Perroni, " scultore di legnami famosissimo et il primo che hoggi nell'Italia coltivi questa professione ".
Anche le rappresentazioni teatrali al San Bartolomeo furono di grande interesse e richiamarono a Napoli turisti stranieri che riportarono poi le loro impressioni positive in alcune pubblicazioni. Inoltre in questo Carnevale si ebbe una mascherata che penso... solo a Napoli poteva essere ideata: l'uscita dei pazzi dal manicomio degli Incurabili! I poveri dementi vennero mascherati nel modo più strano e liberati per le strade anche se sorvegliati a distanza dai " mastrogiorgi ". Alla fine della serata i pazzi non volevano rientrare e credo che non dové essere facile riportarli.. alla ragione.
Le nozze di Carlo II resero il Carnevale ancora più interessante e fecero prolungare le feste fino al 22 febbraio: cavalcate, tornei, mascherate di nobili cavalieri e quella insensata idea dell'uscita dei pazzi dagli Incurabili completarono la baraonda di quel 22 febbraio 1680. Molto interesse destò, specialmente nel popolo, la mascherata di 36 cavalieri che presero parte ad un torneo. Fra questi primeggiarono: il duca di Maddaloni 121, il principe di Acquaviva, don Antonio Minutolo, il marchese di Genzano, don Geronimo Caracciolo, il principe di Torella ed il duca di Lavello, suo degno gerinano. Dopo il torneo vi fu gran ballo con l'intervento di tutta la no-

128 Titolo che apparteneva alla famiglia Carafa. 163

biltà del reame, ed il carnevale quell'anno non si decideva proprio a finire nonostante gli inviti del cardinale Arcivescovo. Specialmente nelle case gentilizie continua-
vano non molto in sordina festini e rappresentazioni:
si racconta che ebbe molto successo la rappresentazione
di L'equivosi del sembiante eseguita in casa del Duca di
Maddaloni.
Nel 1681, a dire del cronista del tempo, il carnevale fu un po' freddo e degna di nota fu solo l'apparizione di due carri, uno allestito dai " macellari " ed uno dai " pollieri " con la musica dei Figli di Loreto e le maschere di Coviello e di Pulcinella che cantavano canzoni in lode del Viccré. Giunti i due carri sotto il balcone di Palazzo Reale, dal carro dei " macellari " si vide lanciarsi verso il cielo una nube con un fanciullo alato che mediante un rudimentale congegno di viti e di argani " salì volando (!) fino al balcone del Viccré che volle poi regalare dodici doble d'oro ". Dall'altro carro uscì un gruppetto di colombi e di altri uccelli, che libratosi verso il cielo cercavano, non so come, perché nessuno ce lo spiega, di adagiarsi sul già noto balcone. Quell'anno ci fu l'incendio del Teatro di San Bartolomeo che fece terminare il carnevale piuttosto bruscamente.
Negli anni successivi queste feste si ripeterono con l'aggiunta di rappresentazioni di commedie e di qualche opera in musica in case private, e particolarmente nei magnifici saloni di casa Ludovisi, ove riceveva donna Lavinia, sorella del principe di Piombino e cognata del duca di Atri, mentre per le strade il popolo non aveva i soldi per organizzare i soliti carri e le solite mascherate. Le recite nelle case private continuarono finché non avvenne la famosa rissa in casa del duca di Bruzzano alla quale presero parte monsignor Rovereto, don Fabrizio Ruffo, don Geronimo Capano, il marchese di Petracatelle e suo figlio Antonio ed il duca di Cerisano con il principe di Castelfranco. Il Capano voleva occupare una sedia che era invece riservata al principe della Riccia, questo fatto lo offese e tra spade e pugnali ci uscì il morto nella persona di don Geronimo e alcuni feriti tra i quali il citato Reverendissimo Monsignore, che bene
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avrebbe fatto a starsene@ a casa! Per evitare l'arresto molti di coloro che avevano preso parte alla rissa ripararono nel vicino monastero degli Agostiniani Scalzi e l'avvenimento destò un tale scandalo che il Viceré fu costretto a proibire la recitazione di commedie in case private " senza sua espressa licentia con due giudici d'assistenza con le guardie ".
Nel 1687 il duca di Modena sentendo tanto parlare dei carnevali di Roma e di Napoli, volle intervenirvi per vedere " le cose curiose di questa città e godere gli spassi carnevaleschi " dato che, bontà sua, diceva che " Napoli senza dubbio andava del pari con Parigi ". Evidentemente non aveva sentito parlare dell'" acqua fetida " carnevalesca! In onore dell'illustre ospite sfilarono un numero imprecisato di carri tra i quali son ricordati quelli che rappresentavano il Tempio dell'Honore costruito a spese del principe di Castiglione, e il Monte Ato, tirato da sedici cavalli, ed il carnevale si chiuse con altre mascherate ancora e con la costruzione di una macchina ad olio che raffigurava la Presa di Budda
Non minore attrattiva ebbe il Carnevale nel 1691 per una " bellissima nave fatta dal popolo " a forma di pesce " preceduta da una numerosa schiera di marinaio a cavalli in habiti ricchissimi alla Turchesca ".
Il carnevale del 1692 ebbe un personaggio di eccezione: un elefante che fu ospitato nel palazzo del principe di Tarsia e che prese parte ad uno spettacolo a pagamento. Intanto il popolo che non aveva soldi da spendere si abbandonò di nuovo ad eccessi e sfrenatezza come quelli che si verificarono a Toledo ove dei giovani mascherati da Giangurgolo facevano atti osceni con... finti ed enormi membri virili facendo fremere di sdegno la gente perbene che andava a passeggio, magari con fanciulle innocenti. Dice il cronista che la maschera " portava sfoderata davanti al suo luogo un cotale pasticcio, così ben fatto al naturale che non bene si potea discernere se era finto, e con questo andava per le carrozze delle dame, dicendo mille parole disoneste, ch'avrebbero fatto scandalizzare le pubbliche meretrici ".
Negli ultimi anni del'secolo i terremoti verificatisi
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fecero scomparire completamente il Carnevale, eccezion fatta per qualche ricevimento in case patrizie che poi finivano spesso anche con risse, una volta addirittura di dame, il che depone molto male per l'educazione dell'epoca come nel caso del bisticcio ad oltranza fra la duchessa d'Ercie e la duchessa della Marra a cui prese... brillantemente parte la principessa di Carpino fino a che le loro ricche vesti andarono a brandelli con grande scorno per loro che erano oltre tutto brutte e vecchie.
Nel secolo XVIII il Carnevale napoletano attirava anche stranieri che venivano nella città proprio per questa occasione, come Sara Goudar, Archenholz, Madame de Staél e Goethe. Quest'ultimo, mentre diceva che " il Carnevale a Roma non è una festa data al popolo ma una festa che il popolo dà a se stesso ", prediligeva il Carnevale napoletano che giudicava pieno di imprevisti e di sorprese. Anche la Goudar, che nel frattempo, essendo divenuta l'amante di Ferdinando IV, aveva preso stabile dimora nella città, non si stancava di ripetere che solo a Napoli ci si poteva divertir tanto e specialmente nel periodo di Carnevale quando tutto era permesso. A proposito del Carnevale dal Principe Imperiali di Francavilla " la Goudar così scriveva: " Monsieur le Prince de Francavilla est trop généreux pour avoir laissé échapper une si belle occasion de contribuir à la joie publique. Vous savez que c'est un seigneur des plus nobles et des plus splendides. Tous ses fétes et ses moindres divertissements ont un air de grandeur et de magnificenee qui en relève le prix: il a donné au public le spectacle de deux chars superbes faits en forme de barque trainés par de très beaux chevaux. Dans le premier était une nombreuse simphonie, composée de plusicures sortes d'instruments qui faisaient retenir l'air d'une musique agréable. Le second était deco@ré de plusieurs masques de caractère, habillés d'excellent goút ".
Nel 1708, l'ultimo giorno di Carnevale, a Toledo si riunì una gran folla per applaudire un magnifico carro fatto costruire dai "cavalieri" che raffigurava Il _trionfo di
129Nel sontuoso Palazzo Cellamare in fondo a via Chiaia.
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Armida nel ritorno al campo di Goffredo. Il carro " ricco di color bronzino fregiato d'oro, e mirabilmente costruito di bella e svariata altezza " era trainato da otto cavalli e su di esso vi erano " quattro quatriglie di vari colori " di ventiquattro cavalieri tra i quali si ricordano: il principe di Castelfranco, il marchese del Pizzone, don Carlo Doria, don Francesco de Sangro, il principe di Tarsia, il duca dell'Isola, il marchese di Brienza, il principe di Chiusano, il duca di Limatola, don Vincenzo Carafa, don Francesco Caracciolo, il marchese Michelangelo Mastelloni, il duca di Laureana, ed altri.
Nel 1734 anno in cui Carlo di Spagna fu proclamato Re delle Due Sicilie, le feste di Carnevale furono grandiose e durante il regno di Ferdinando IV poi si può dire che il carnevale a Napoli abbia avuto il suo momento migliore sia per ricchezza che per senso artistico anche perché ci si avvalse della collaborazione di famosi architetti come il Nauclerio, il Tagliacozzi ed il Ranucci e di quella del " coreografo scenografo " Francesco Saracino. indubbiamente, nel finanziare le feste di Carnevale i Reali furono di gran lunga più generosi dei Viceré che aveva no pensato soprattutto ad impinguare le loro tasche. A questo proposito ben ebbe a dire la Goudar: " c'est que les bons princes savent concilier les divertissements de leurs subjets avec le bien de l'Etat ". Ah, " l'amore che ffa fà! ", direbbe il poeta partenopeo!
Al teatro San Carlo si ripetevano rappresentazioni e balli, mentre nelle case gentilizie si davano feste e pranzi e tanti da far passare alla nostra cronaca " storica " la marchesa di San Marco, la principessa di Belmonte, la duchessa di Cassano, donna Teresa Blanch, la duchessa di Popoli, la principessa di Caramanico, donna Maddalena Stchoudì, la duchessa di Lusciano, la duchessa Riario, la duchessa di Tursi, la marchesa Cavalcanti, la marchesa Carignani, la principessa di Supino, la principessa Margherita di Bureta, la principessa di Monterotondo, la di Sangro e tante altre dame che nei loro palazzi ricevevano con sfar-zo e grazia. Questi ricevimenti, come apprendiamo dalla Goudar, erano di gran lunga superiori ai balli all'Opera per la magnificenza e la ric-

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chezza delle toilettes. Anche i carri ebbero una impronta signorile perché non fu più il popolo ad interessarsene, ma la nobiltà con le sue dame. Il lusso e le spese dei nobili per il carnevale nel secolo XVIII fanno parte della grandiosità e dello sfarzo di un'epoca nella quale la leziosità era congiunta all'esagerazione nell'arte come nella vita.
La Festa del Carnevale a Napoli sotto i Borboni toccò il suo apice, e veniva annunziata a tutto il popolo da trombe chiamate " tofe ". Era la festa dei pranzi pantagruelici, del chiasso e della baldoria per le strade col lancio di palline di gesso che colpendo facevano anche male, ma... " a Carnevale ogni scherzo vale "., per cui chi si portava la moglie bella o la figlia belloccia per Toledo "' o per Chiaia, doveva prepararsi ad abbozzare, altrimenti... poteva finir male. Le gentildonne o si astenevano da passare per le strade e guardavano lo spettacolo dai balconi loro o da quelli degli amici che avevano palazzi in via Toledo, oppure dovevano esser pronte a far buon viso a cattivo gioco, perché specialmente se giovani e belle non potevano sperare di essere lasciate in pace per la loro condizione sociale. Nelle feste di Carnevale i ceti non esistevano e bisogna dire che spesso le dame dell'aristocrazia, magari cambiatesi in fretta in casa di qualche loro " vassalla " non disdegnavano di, buttarsi nella mischia vestite da popolane e con il viso coperto da una piccola maschera forse gradendo qualche eventuale apprezzamento " pesante " ma tanto più veritiero e qualche gesto indubbiamente non di etichetta.
Un tempo il principe di Salerno, Leopoldo di Borbone '11, giungeva a Toledo con la sua carrozza e con

130 L'attuale via Roma, costruita dal Vice Re Pedro de Toledo nel sec. XVI, che ancora oggi dai napoletani viene chiamata Toledo. Per maggiori notizie su questa storica e bella strada napoletana cfr. Via Toledo di Gino Doria, Edizioni di Mauro, 1967. 131 Figlio di Ferdinando IV e di Maria Carolina d'Austria. Nel 1796 era comandante del Corpo Volontario Nobili di Cavalleria, ma in seguito alla rivoluzione partenopea del 1799 lo ritroviamo a Vienna nel 1800. Nel 1816 sposò l'arciduchessa Maria Clementina d'Austria da cui ebbe una figlia che fu chiamata Maria Carolina, andata sposa al duca d@Aumale. Morì nel suo bel
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undici cavalieri di corte travestiti da popolani, e si divertiva a lanciare con il suo seguito vari confetti di zucchero che erano la gioia dei lazzari e dei ragazzi. Naturalmente il lancio dei confetti veniva contraccambiato con quelli di gesso e quindi la carrozza principessa e quella degli altri nobili erano protette con fodere.
Nel Carnevale del 1746 furono allestiti: un bel carro che rappresentava il Dio Pane nel Trionfo dell'Agricoltura, un altro raffigurante Endimione cacciatore innamorato di Cintia, e una " gran macchina guarnita a meraviglia di polli, uccellame, capretti, castrati e provole ". Vi era poi un altro carro che raffigurava Nettuno fra Tritoni tratto da cavalli marini, con addobbi di formaggio, pesce fresco ed ortaggi.
Nel 1748 il Carnevale a Toledo fu funestato da un doloroso fatto: una voragine " profonda trentasei palmi " si verificò nella storica strada all'altezza dell'Osteria della Cancellaria ed i carri doverono fermarsi e poterono proseguire solo il giorno dopo in seguito alla costruzione di un tavolato per consentire il transito. Come si vede, le voragini a Napoli che son diventate di gran moda, cominciavano già allora.
Dopo il 1759 durante il Carnevale vi furono delle " cuccagne " stabili nel Largo di Palazzo e nel Largo del Castello che a dire della Goudar, volevano rappresentare l'Età dell'oro, l'Assedio di Troja, il Tempio di Astrea e l'Incantesimo di Armida, il tutto rappresentato con caciocavalli, salami, pane, uova, montoni, capretti, agnelli, maiali e tanto altro ben di Dio! La stessa scrittrice nella sua Relation des divertissements du Carneval de Naples fa lodi sperticate del Carnevale Napoletano e sostiene che: " l'étranger que le hazard, le commerce, ou la curiosité a attiré à Naples pour y jouir du Cameval est saisi d'étonnement. L'Allemand admire. L'Anglaio, quì jusques là a cru qu'il n'y a rien en Europe au dessuo & la mascarade de Hay Market, cède à celle de Naples. Le Francais convient que les bals de l'Opéra de Parla sont

Palazzo Salerno in Piazza del Plebiscito in Napoli il 10 marzo 1851.
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inféricurs à ceux de S. Charles; et tous conviennent que ce spectacle est un des plus superbes que la magnificence moderne ait encore présenté aux fastes du siècle ".
Nel 1774 fu costruita una " cuccagna " della quale abbiamo la fedele rappresentazione in una bella stampa del Vasi. Lasciamo la descrizione a chi nell'epoca ebbe la possibilità di ammirare questa babele mangiatoria. " Innanzi a Palazzo fu costruita una collina che andava a finire ai due canti con balze interrotte da grandi massi coperti di alberi con una selvetta che degradava leggermente nel piano di un declivio verdeggiante, popolato da buoi, pecore e maiali. Nel mezzo, tra due scale, si levava un casina a quattro piani, con quattro balaustre, nicchie ornate di statue, logge, veroni e un altro portone. Restringendosi in alto di piano in piano andava a finire in punta su cui posava una statua. Intorno intorno sui cornicioni erano collocate delle ume da cui scaturivano cento zampilli d'acqua che cadevano sul piano, mormorante cascatella che formava un laghetto nel quale sguazzavano oche e papere. Mura, colonne dell'edificio erano coperte di lardo, prosciutti, caciocavalli, sopressate, galline, papere, galli d'India e palombi. Sul piano, ai lati del laghetto si levavano due antenne al sommo delle quali erano appesi due vestiti, uno da uomo e l'altro da donna, tutti guarniti d'oro. Innanzi poi sull'entrata erano due giardinetti e per le aiuole invece di fiori erano disposti in bell'ordine prosciutti, forme di cacio, mortadelle. Nel mezzo poi una fontana grande gettava vino di continuo e vino gettavano le due fontanelle in mezzo ai giardinetti. Alle 22 tuonò il cannone del Castello e i popolani, abbattute le transenne, si lanciarono allo arrembaggio " "'.
Alla fine del secolo e precisamente con la Repubblica Partenopea del 1799 le maschere e le sfilate dei carri furono sospese, ma con la venuta di Gioacchino Murat, e cioè agli inizi del secolo XIX il Carnevale riprese con maggiore sfarzo, un po' alla francese, con veglioni e balli a Corte ed al San Carlo. In questo secolo il Carne-

132 Cfr. F. Strazzullo, Il saccheggio della cuccagna - Partenope, Anno 1, pag. 123.
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vale a Napoli perse d'importanza e non si ricorda alcunché di notevole prima di un ballo dato da Francesco 1 " nel 1827 al Teatro San Carlo nel quale c'erano magnifiche maschere raffiguranti la corte persiana con a capo uno Scià: la stessa regina Isabella era travestita da sultana. 1 grandi poeti come Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso furono impersonati dal principe Rinaldo Acton, dal principe di Luperano, dal conte Mocenigo e dal conte Costella, mentre le donne dei quattro grandi poeti erano raffigurate dalla principessa Zurlo Imperiali di Francavilla, da miss Talbot, da Miss Lushingthon e dalla baronessa Dachnausen.
All'epoca di Ferdinando II "' il carnevale si riduceva soltanto alla sfilata di qualche carro perché il monarca volle dare invece tutto il suo appoggio alla festa di Piedigrotta che per i napoletani tuttora è considerata la festa più importante. Anche i Sovrani nel 1833 vollero passare per Toledo a Carnevale, insieme a gentiluomini e dame di corte, e poi affacciato al balcone del Palazzo delle Finanze, si divertivano anch'essi al lancio dei confetti di zucchero.
L'alta borghesia si raccoglieva invece al San Carlo, trasfortnato in una gran sala da ballo, ove per l'occasione ogni palco aveva la sua tavola in modo che vi si potesse cenare con gli amici al luccichio delle candele. Giravano per le strade le maschere napoletane capeggiate dalla Vecchia del Carnevale ed il dentista carnevalesco Cacciamole, che su uno sdrucito frac portava un distinto cappello a tre punte sotto il quale luccicavano potenti occhiali, per non parlare di Pulcinella che, naturalmente, faceva sempre la parte del padrone.
133 Figlio di Ferdinando IV, regnò dal 1825 al 1830. Sposò in prime nozze Maria Clementina d'Austria, ed alla sua morte la cugina Isabella di Spagna.
134 Figlio di Francesco I, regnò dal 1830 al 1859. Sposò in prime nozze Maria Cristina di Savoia, oggi Venerabile per la Chiesa, ed in seconde nozze Maria Teresa d'Austria. Fu indubbiamente dei Borboni il più preparato nel campo militare ed il più entusiasta del suo Regno. Non molto amato dall'Austria, fece sposare suo figlio Francesco, l'infelice Francesco II, a Maria Sofia di Wittelsbach, sorella del potente imperatore d'Austria, imparentandosi così strettamente con quella casa regnante.
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Si organizzava poi la Danza delle Odalische che non erano affatto conturbanti danzatrici come indicherebbe il loro nome, ma aitanti giovanotti che invece di fare ammirare le forme delle rotondità femminili cercavano di mettere bene in vista aiutandosi con imbottiture, gli attributi della virilità. Naturalmente le oscenità non mancavano al loro passaggio, e si può ben immaginare come i genitori di figliole giovani cercassero di svicolare e di allontanarsi se avvistavano da lontano questi danzatolo, mentre pensiamo invece che le giovanette fossero molto incuriosite ed eccitate dall'audace spettacolo.
Dopo la caduta dei Borboni, al Carnevale presenziò un anno anche re Vittorio Emanuele, per il quale si diede un'impronta piemontese alla festa, con l'allestimento di carri allegorici molto realistici per la nuova era savoiarda; il corteo si fermò davanti alla Reggia e furono lanciati piccoli drappi tricolori. Sui carri accanto a Pulcinella e a don Felice Sciosciammocca "' fecero la loro apparizione anche Meneghino e Gianduia, il bolognese Fanacapa, i romani Meo Patacca e Rugantino, il bolognese Balanzone e il fiorentino Stenterello, mentre su un carro che rappresentava un padiglione egiziano, presero posto Achille Torelli, il De Zerbi e tanti altri personaggi dell'epoca.
Il Carnevale del 1876 fu caratterizzato da una sfilata di magnifici carri molto veristici, tra i quali primeggiava uno rappresentante la Sirena Partenope. Questa sirena librata nel vuoto a statura naturale, tutta nuda, destò ammirazione e scandalo nello stesso tempo per la sua spregiudicatezza. Il corpo modellato in maniera stupenda tutto proteso indietro a mo' di,offerta, di un colore trasparente e nello stesso tempo carnoso e sensuale, fu oggetto di aspre critiche, tanto che la terza sera si fece l'impossibile per far andare il Carro della Sirena nelle zone della città più popolari, cercando di lasciare almeno nei quartieri della Napoli bene i giovincelli nella loro pura ignoranza di... nudi. Di questa " opera d'arte " fu-

Divertente personaggio delle insuperabili commedie di Edoardo Scarpetta.
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rono artefici Mancini I, Toma ", Dichirico, Matanìa e Jerace.
In questo stesso anno si ideò per il Carnevale una cavalcata rappresentante il Viaggio di un Emiro, una rivista di carri in Piazza del Plebiscito, ed una fiera, sempre nella suddetta piazza, e mentre al Reclusorio e al Molo vennero impiantati dei teatri con rappresentazioni popolari, ben si intende gratuite, Toledo era diventata un fiume di umanità ed i carri che risalivano la strada provenienti da Piazza San Ferdinando, procede-
vano a gran fatica e molto lentamente. Anche il re che
si trovò a Napoli, volle passare per Toledo solo sulla
carrozza ed ebbe la vettura piena di fiori che gli furono
buttati dai balconi e dalla strada.
Intorno al 1880 quando il Duca di San Donato 111 era

sindaco di Napoli, la baldoria carnevalesca dilagava nell'entusiasmo generale e nel foiclore popolare a briglia sciolta. Ma non tutti sono concordi nella cronaca dei Carnevali sotto l'amministrazione comunale del Duca di San Donato; infatti Nicola Lazzaro, che probabilmente doveva avere il dente avvelenato, in una sua corrispondenza ci dice che il carnevale del 1877 fu... un " mortuorio " e che " l'onorevole duca aspira a passare ai posteri col nomignolo di Sindaco-Carnevale e la sua figura vi risponde a cappello ". In alcuni giorni, ci dice sempre il cronista, " pareva il funerale di Carnevale " eccezion fatta per il festival di Piazza Plebiscito e il pranzo offerto ai cinquecento poveri nella stessa piazza. E col pretesto delle lotterie di beneficenza, queste invasero i due terzi dei chioschi generando una confusione indescrivibile anche se effettivamente di tale beneficenza si avvantaggia-

136 Antonio, fu esimio pittore della scuola napoletana. Le sue opere più famose sono: il Prevetariello, lo Scugnizzo ed il suo Autoritratto.
137 Gioacchino, valente pittore e patriota al seguito di Garibaldi.
138 Gennaro Sambiase. Per le sue idee liberali costretto ad esiliare in Francia ed in Piemonte, nel 1859 fu con Garibaldi. Fu deputato e poi Sindaco di Napoli. Per la sua apparente bonomia e la signorilità e gentilezza dei modi fu soprannominato dal popolino "o sinneco pappone".
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rono i ciechi di Caravaggio. Per questo Carnevale furono ospiti di Napoli Lord Salisbury, don Pedro Il d'Alcantara, imperatore del Brasile, sempre presente ai carnevali di Roma e di Napoli, in onore del quale fu dato un Gran Veglione al Teatro San Carlo. L'Imperatore con la consorte si godevano lo spettacolo del pubblico che ballava in platea da un palchetto di Il fila e qualche mascherina riuscì a raggiungerli nel loro palco con qualche manciata di coriandoli. Partecipò a questo veglione anche il famoso francese Gerome "' tanto in voga a quell'epoca, che fu ricevuto dai pittori di via Costantinopoli con tutti gli onori: egli era venuto per il Carnevale col figlio Goupil e la sera del mercoledì delle Ceneri gli fu offerta una cena di magro dai pittori Altamura 140, Morelli "Il Dalbono 112, Netti, Smargiassi e da un rappresentante del Re d'Italia; poi furono consegnate a lui le insegne di Commendatore di SS. Maurizio e Lazzaro e al figlio quelle di Cavaliere. Oltre questi personaggi per il Carnevale di quell'anno andarono a Napoli anche Midhat-Pascià, l'esiliato granvisir e il nuotatore Boyton che abitavano entrambi al Chiatamone; il nuotatore si trovò a Napoli per la famosa traversata Napoli-Capri alla quale in seguito partecipò coprendo il percorso in 13 ore. Oltre al Gran Veglione al San Carlo, vi fu al Teatro Nuovo la rappresentazione di Napoli in Carnevale del De Giosa. Ultima notiziola storica del Carnevale di quell'anno è quella di uno scontro tra il principe di Treggiano e il principe della Rocca, sembra per una vertenza di titolo nobiliare.
Dopo la cessazione dell'ufficio dell'amato sindaco " Pappone " invece non fu più facile organizzare il Carnevale come riusciva prima; eletto sindaco Giusso, i napoletani si divisero in due partiti: i sandonatiani ed i
139 Pittore neociassico, fu direttore dell'Accademia francese a Roma.
140 Francesco Saverio, nativo di Foggia, allievo di Domenico Morelli, fu gran colorista.
141 Fu uno dei novatori dell"800 pittorico napoletano, adottando la tecnica della "macchia". Tra le sue opere maggiori ricordiamo: Gli Iconoclasti, Torquato Tasso, Le tentazioni di Sant'Antonio.
142 Edoardo, fu discepolo di Filippo Palizzi. Morì nel 1915.
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giussiani, e non fu facile vincere le resistenze di coloro che erano stati con San Donato, sì che quando uscì il manifesto del Comitato organizzatore del Carnevale saltarono fuori diffidenze ed opposizioni. Da questo antagonismo al comune venne fuori un Carnevale che non piacque a nessuno: solo Toledo era invasa da una fiumana di popolo che nell'ultimo giorno di Carnevale voleva vedere i carri mentre soltanto verso le 3 si incominciò a vedere qualche maschera e qualche bomboniera lanciata lì con scarsa violenza tanto da non far male a nessuno. Alcuni balconi erano addobbati, come quello del Corriere del Mattino e quello di Miccio e Mele " e altri ornati da frasche, da tela colorata, o di raso, e finalmente si sentì: " mo' vene " e dall'inizio di Via Museo si vide giungere un primo carro dell'Estudiantina colla simbolica " cucchiarella " di legno al cappello e una cappa scura di foggia spagnola, con suoni di chitarre e violini e di tutti gli strumenti musicali popolari come il " putipù " lo " scetavaiasse " e il " triccaballacche " I'. Seguiva i carri una originale cavalcata di candide Follie su struzzi che attirò molti più applausi che non i soliti don Nicola o le solite fantasie di turchi... napoletani. Ma il carro che fece gridare allo scandalo i cosidetti benpensanti fu quello che portava una gioiosa Sirena su uno scoglio, che offriva agli sguardi di tutti il suo bel seno scoperto. In realtà io penso che il solito cronista esageri e che la Sirena non fosse di carne ed ossa, ma dipinta come un'altra sirena, squallida e triste, che voleva rappresentare il " naufragio ". Seguiva una " gondola " proprio veneziana, poi un elefante bianco che portava sul dorso una torre e una frotta di bellicosi etiopi che riuscivano con i loro confetti di gesso a colpire e talvolta dolorosamente coloro che dai balconi o dalle finestre ammiravano lo spettacolo. Seguiva un altro carro di Follie in una gran e nuvola ianca che lanciavano sorrisi assassini ai giovani dì belle speranze, un altro raffigurante

143 Importanti negozi di biancheria e vestiario che precorsero a Napoli gli attuali grandi magazzini.
144 Strumenti tipici napoletani piuttosto rudimentali che fanno più chiasso che emettere suono.

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la Scuola con una matrona vecchia e grossa attorniata da vivacissime adolescenti; il carro di " Padolano " cioè di un contadino delle paludi che erano allora nei pressi ,di Napoli, con un asino e tanti ortaggi ai suoi piedi, come " rafanielli, pummarole, friarielli, cavulefiuri, pastenache, citruli e puparuoli "'4. Egli faceva il possibile per tener fermo " o ciuccio " l'6 che invece tirava calci a più non posso. Vi era poi il carro rappresentante la Bottega del Farinaio, con un forno nel quale venivano cotti profumatissimi panini che, presi con la pala, venivano distribuiti tra la gente che era sui marciapiedi. Vi era quello dei saltimbanchi con gli acrobati, quello rappresentante la Carta d'Italia con le maschere e poi quelli marinari preparati al Pallonetto raffiguranti Masaniello ", " A Luciana 'nnammurata " e la Pesca a Mergellina.
Inoltre un Teatrino all'aperto, che sostituiva il San Carlino, rappresentava commedie di Pulcinella, mentre si estraevano tombole ambulanti a premi con biglietti gratuiti e alcune pesche di beneficenza con premi commestibili sostituivano l'albero della Cuccagna o il Monte della ;Cuccagna. Inoltre nelle piazze o nei Larghi dei quartieri, erano stati eretti dei palchi e sul palco dei " pozzi " con cartocci che contenevano ogni ben di Dio. A Toledo, il divertimento cominciò dopo il passaggio dei carri con il lancio di... materiale vario, su bersagli mobili come le carrozze o fissi come i balconi; così giù torsoli e ortaggi troppo maturi. Eran dolori per coloro che portavano la tuba o la bombetta, il bersaglio più facile ed il preferito dai più piccini che si accanivano nella speranza di vederla volare dalla testa degli incauti che l'avevano allestita dai fratelli Fiocchi con donne cannone e lotterie, indossata. Vi era una Fiera molto animata che era stata
,con doni molto graditi alle giovanette come macchine da cucire e borse da cucito ed i famosi " fenomeni viventi "
145 E cioè ravanelli, broccoletti, cavoli, carote gialle, cetrioli e peperoni.
164 Asino.
174 Tommaso Aniello da Amalfi, pescivendolo del Mercato, fu a capo dei moti rivoluzionari del 1647 contro il Viceré duca d'Arcos. Per la sua megalomania si inimicò anche il popolo che lo assassinò nel 1647.
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fra cui la scena di Pulcinella che riusciva a cavare un dente ad un cavallo.
Nel 1883 per il terremoto che colpì Casamicciolal" nell'isola d'Ischia, il Carnevale fu sospeso e l'anno appresso lo fu per il colera. Nel 1887 da via Foria a Piazza del Plebiscito sino alla discesa del Gigante, Napoli era tutta infiorata ed illuminata per i giorni di Carnevale. Dai palazzi o dalle case modeste, tutti rendevano onore al passaggio di S.M. il Carnevale e così dai balconi della contessa di Mirafiori, della duchessa di Bovino, della principessa di Fondi, e di tante altre aristocratiche dame il loro entourage faceva spettacolo di gala. Dai balconi si davano battaglia con coriandoli e confetti in attesa dei carri tra i quali il primo che apparve fu quello che voleva rappresentare l'abbondanza, opera pregevole di emeriti artisti che tra Gilardini ed il Caffè di Europa attendevano che la loro opera passasse per applaudirla con speciali " mortaretti ".
Il secolo XX cominciò abbastanza bene perché per il Carnevale del 1900 i Principi di Napoli invitarono a Palazzo Reale tutta la nobiltà napoletana offrendo un magnifico ballo; ma quella parte dell'aristocrazia ancora legata ai Borboni disdegnò l'invito ed alcuni preferirono recarsi a render visita a qualche personalità della famiglia reale spodestata dagli usurpatori savoiardi. Insieme alla nobiltà napoletana, arrivarono dalle montagne montenegrine della Cernagora Danilo e Militza Petrovic, principi ereditari del regno di Montenegro, e la principessa fu estremamente ammirata per la sua toilette di broccato verde e oro e per le sue perle anche se il Principe di Monteroduni si domandava malignamente chi avesse pagata una toilette così importante.
Nel 1904 il Carnevale riprese con mascherate, giostre e giochi a premio e ricominciò l'antica usanza delle rappresentazioni di opere buffe e commedie, scritte a volte appositamente per il Carnevale. Ne furono autori: Pasquale Altavilla, Luigi Ricci, Edoardo Scarpetta ".

148 Il paesetto fu devastato completamente dal terremoto.
149 Comico e commediografo napoletano, le cui commedie

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Oggi purtroppo delle vecchie usanze è rimasto b poco e di quanto ci diceva Petriccione del " Carnevale che impazza per le vie " e " cavalcate di gentiluomini " non c'è più nulla: solo un ricordo, qualche lasagna e buone " braciole " fatte in casa. Ora il Carnevale a Napoli sopravvive solo per i bambini, che non rinunciano ai travestimenti ed a qualche festicciola in maschera, e negli ultimi giorni si vedono passeggiare felici pavoneggiandosi serissimi e dignitosi nei loro abitini, anche se di carta. L'anno scorso si sono avuti... nutriti getti di farina, cenere e cacao sugli indifesi passanti nell'elegante via de' Mille. Purtroppo si potrebbe dunque dire che la parte bella del Carnevale è scomparsa mentre sopravvive la parte incivile. I passanti frettolosi ed affaccendati, che nel quotidiano arrovellarsi di quest'epoca inquieta avevano persino dimenticato l'esistenza di un Carnevale si son sentiti piovere addosso farina e cacao per uno scherzo del tutto fuori posto.
Pare dunque che per quel che riguarda gli scherzi di cattivo genere secoli di progresso che avrebbero dovuto maturare la nostra civiltà siano passati del tutto inutilmente, mentre l'ingenuità, la freschezza, la spontaneità, il sapersi godere la vita, quelli, sì, ahimè, sono stati definitivamente messi al bando insieme agli antichi costumi e alle gioconde maschere: viviamo in un'epoca che non sa ridere di se stessa e che forse ha perso addirittura il gusto di ridere in vernacolo ancora oggi si recitano e si ascoltano con interesse. Il teatro San Fordinando di Edoardo De Filippo si regge quasi esclusivamente con le commedie di Edoardo Scarpetta.
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